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Riflessione al maschile sulle differenze di genere

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Che ruolo intendono giocare gli uomini contro i pregiudizi e gli stereotipi di genere? Con questa domanda qualche mese fa, Paola Di Nicola, magistrata e saggista, ci ha lasciato al termine della presentazione del suo libro La mia parola contro la sua.

Oggi mi permetto di aggiungere un altro interrogativo: come noi uomini ci misuriamo con il nuovo protagonismo femminile?

Per affrontare questi interrogativi abbiamo bisogno di identificare un solido punto di partenza. Provo a formulare la mia convinzione. I pregiudizi e gli stereotipi di genere sono tutt’altro che superati. Le discriminazioni nei confronti delle donne persistono e sono duri a morire. I cambiamenti sono troppo lenti. La crisi degli ultimi anni ha determinato una pesante battuta di arresto. In più oggi non mancano attacchi pesanti ai diritti delle donne. Allo stesso tempo non possiamo dimenticare che negli ultimi 50 anni tutto è cambiato. La rivoluzione degli anni 70 e l’esperienza del femminismo hanno imposto una vasta presenza delle donne in ogni ambito del mondo del lavoro, la loro piena partecipazione alla vita sociale, stili di vita più liberi e consapevoli.

Questa vera e propria rivoluzione ha determinato una vera e propria crisi del ruolo classico del maschio. In relativamente pochi anni siamo passati dal “predominio scontato” del maschio all’attuale fase di incertezza. Qual è oggi il modello prevalente? Forse il dominus non è più tale.

Di fronte a questo nuovo scenario si propongono comportamenti molto diversi. C’è chi mostra una reazione rabbiosa, chi sceglie la resistenza passiva, chi convive con una sorta di “spaesamento”. Provo a spiegarmi meglio.

Chi ha una reazione rabbiosa rilancia i pregiudizi e gli stereotipi, ripropone la tradizionale divisione dei ruoli tra donne e uomini. Si nega l’evidenza. Tutto dev’essere come è sempre stato. È la reazione che può portate alla violenza di genere e, nei casi patologici, al femminicidio.

C’è poi la resistenza passiva di chi fa finta di adeguarsi ai nuovi tempi, sceglie di minimizzare il danno. Si accettano alcune incombenze familiari, si porta la spazzatura, si prepara la colazione, qualche volta si collabora nelle pulizie di casa. In definitiva, si fa buon viso a cattivo gioco, si galleggia sul cambiamento.

Ma una condizione altrettanto diffusa è lo spaesamento. Si vive una profonda contraddizione, senza davvero elaborarla, tra modelli antichi e nuove realtà. Si subisce l’iniziativa femminile un po’ rassegnati, non si capisce bene in che direzione si stia andando. È, ad esempio, la condizione di alcuni maschi adolescenti, timorosi, addirittura intimoriti al confronto con ragazze forti e sicure di sé.

Questa crisi del ruolo maschile non si palesa soltanto nel rapporto diretto tra uomo e donna, ma vive anche nella vita sociale. Oggi le donne, ancorché a metà del guado e spesso ancora discriminate, hanno un progetto di vita, hanno una visione del futuro, hanno energia ed entusiasmo, hanno in mano la gestione del tempo e dello spazio. Pensiamo per un attimo all’organizzazione della casa, a quella dei luoghi di lavoro, pensiamo alla gestione degli amici e dei rapporti parentali.

Noi uomini, invece, siamo in difficoltà. Come ha avuto modo di sostenere una mia amica, gli uomini spesso sono incapaci di vivere relazioni, di gestire conflitti, di affrontare la solitudine e l’abbandono. Certo, sembra una condanna senza appello. Naturalmente non è sempre così ma in questa affermazione c’è qualcosa di profondamente vero. Noi uomini siamo in difficoltà sia nell’organizzazione materiale della vita quotidiana (cucinare, pulire, accudire), sia nella gestione delle relazioni sociali. I problemi si enfatizzano, poi, se siamo costretti a vivere una condizione di abbandono. Perché lo viviamo come una sconfitta personale e sociale, perché non sappiamo come colmare i vuoti che ci troviamo di fronte, perché non sappiamo affrontare la solitudine, perché facciamo fatica a costruire un nostro nuovo progetto di vita.

Insomma, l’uomo non è più il dominus a casa, in famiglia, nel lavoro. Restiamo titolari di un “potere anacronistico”. Stiamo comprendendo, con fatica e dolore, che non siamo più il centro dell’universo.

Allora, come affrontare questa nostra nuova condizione? Che fare? Naturalmente non ho risposte, ma non voglio sottrarmi al compito di proporre qualche riflessione in merito.

In primo luogo, credo, dobbiamo provare a ricostruire una nostra identità di persone. Persone, appunto, liberate da stereotipi e pregiudizi di genere. Persone che, forse per la prima volta, non devono per forza corrispondere a modelli precostituiti fatti di forza, potere, predominio. Naturalmente si tratta di un lavoro assai difficile, ma bisogna accettare di nuotare in mare aperto.

Per questo non bisogna cercare o accettare scorciatoie. Evitiamo, per cortesia, di diventare tutti femministi, ripetendo “a pappagallo” teorie e posizioni elaborate dal altri, in qualche caso strillando più forte per sembrare più credibili. Sarebbe meglio tacere e fermarsi ad ascoltare le parole delle donne. Ascoltare, nel duplice senso di udire con attenzione e dare retta, seguire i consigli o gli ammonimenti.

In secondo luogo dobbiamo provare a ricostruire la relazione uomo/donna. Come? In primo luogo evitando la trappola del “politicamente corretto”. Cosa intendo? Mi riferisco a quella infinita serie di prescrizioni che dovrebbero regolare tutti i nostri comportamenti, dalle relazioni verbali a quelle fisiche e sessuali.  Per essere un maschio corretto non si possono usare certe espressioni, atteggiamenti, gesti. Tutto rigorosamente codificato, come per l’appunto in un codice di comportamento. È una soluzione molto “americana” su cui hanno ironizzato anche le donne francesi in un manifesto che ha come prima firma quella di Catherine Deneuve. Lea Melandri – saggista scrittrice giornalista, storica animatrice del movimento delle donne – ha scritto: “il politicamente corretto è diventata la via più semplice, la scorciatoia che ti inchioda alla superficialità”. Invece le relazioni uomo/donna sono terribilmente complesse, ambigue, intrecciano vita privata, violenza, potere.

Ma un ulteriore sforzo che dobbiamo fare è quello di educarci al rispetto. Anche in questo caso nessun formalismo politicamente corretto. Per cercare di spiegare cosa intendo per rispetto faccio ricorso all’etimologia della parola. Rispetto viene dal latino respectus, dal verbo respicioRespectus vuol dire guardare indietro, volgersi a guardare, rivolgere l’attenzione. Ciascuno di noi si volge a guardare colui per il quale prova interesse, la persona che merita attenzione. Respicio significa anche avere riguardo, prendere cura, tenere in considerazione. Rispettare, in definitiva, vuol dire tenere in conto. C’è una definizione di un vecchio vocabolario della lingua italiana che sembra scritta proprio per noi, per una riflessione sulla differenza di genere. Rispettare significa “considerare come stimabile in sé, da non doversi violare, offendere, profanare, ledere”.

Ma abbiamo detto che dobbiamo educarci al rispetto. Educare, come è noto, vuol dire trarre fuori, condurre, allevare. Lo stesso vocabolario dice: educare significa “affinare, ingentilire l’animo e la mente, svolgere e guidare le facoltà degli adolescenti (e aggiungerei degli adulti) secondo fini di civiltà”. In definitiva, noi dobbiamo affinare l’animo e la mente per dedicare attenzione e prenderci cura delle persone che incontriamo. Solo così la violenza, non solo quella di genere, non troverà più spazio.

In terzo luogo dobbiamo ripensare la relazione amorosa. Potremmo parlare per ore dell’amore e delle relazioni amorose. Ma su un aspetto, credo, dovremmo essere tutti d’accordo. Alla base di una relazione d’amore c’è una forte attrazione affettiva e sessuale. Una relazione per sua natura complessa, dinamica, contraddittoria. C’è una tensione forte che inevitabilmente, prima o poi, deve misurarsi con il conflitto, lo scontro, la forza, il potere, a volte la stessa violenza. Non c’è nulla di più lontano dell’amore del sentimentalismo mieloso, roba da rotocalchi, da pubblicità che nulla ha a che vedere con la vita reale.

L’amore, forse la modalità di relazione più profonda e sconvolgente, è confronto dialettico, lotta, affermazione di identità forti, ma anche, e soprattutto, riconoscimento reciproco, e quindi libertà e autonomia; l’amore è anche, e soprattutto, assoluto rispetto reciproco, e quindi da considerarsi stimabile in sé, da tenere in conto, di cui prendersi cura.

In conclusione, identità individuale, relazione uomo/donna, riconoscimento reciproco, educazione al rispetto: queste espressioni mi sembrano disegnare il perimetro di un’utile riflessione che le donne hanno avviato da tempo, a cui oggi noi uomini siamo chiamati a dare un contributo.

 

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