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Analfabetismo emotivo e mancanza di empatia: parliamone

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Si sente spesso parlare di analfabetismo emotivo, tuttavia la tendenza resta quella di sottovalutare l’argomento oppure considerarlo come uno di quei disagi passeggeri dettati dai tempi che corrono. Errore. Che inevitabilmente conduce ad altri errori, fino, qualche volta, all’irrimediabile.

Ma chiariamo subito il significato di analfabetismo emotivo, strettamente connesso con la mancanza di empatia: è l’incapacità di comprendere, esaminare e direzionare le nostre emozioni. Inevitabile conseguenza è quindi non capire né dar per valide quelle altrui. Potremmo un po’ definirlo come la disconnessione con emozioni e sensazioni che da un lato non ci permettono di spiegare quello che proviamo, dall’altro hanno il pessimo potere di trasformarci in individui impulsivi rinchiusi nella gabbia delle proprie emozioni.

Per quanti credono che l’analfabetismo emotivo sia di nuovo conio, è fondamentale specificare che esso nacque negli anni ’70 grazie allo studioso e psicoterapeuta Claude Steiner il quale spiegò come un soggetto emotivamente equilibrato sarà capace di vivere in armonia con le proprie emozioni, migliorare la qualità della vita e godere di ottime relazioni interpersonali. Il poco o per nulla empatico, l’analfabeta emotivo, viceversa subirà le proprie emozioni. Tutto questo – inevitabile – porterà rovine dietro sé, nei confronti del proprio io e rispetto agli altri.

In sostanza, accade che là dove l’empatico si servirà di emozioni e sentimenti a proprio favore, l’analfabeta emotivo non farà altro che inciampare nelle trappole che non ricorda dove ha piazzato. Da terra percepirà solo la parte buia e negativa delle emozioni.

Mentre la persona emotivamente educata utilizza le emozioni e i sentimenti a suo favore, l’analfabeta emotivo cade vittima delle sue reti e, quindi, può solo vedere l’aspetto più oscuro o negativo delle emozioni.

Col procedere degli studi, sono stati stilati anche i sintomi dell’analfabetismo emotivo; cercheremo di sintetizzare i maggiori.

  • Non essere capaci di determinare con esattezza emozioni o sensazioni che si percepiscono;
  • Avere difficoltà a scegliere le parole con la conseguenza di ferire chi ci sta intorno;
  • Non prestare alcuna attenzione alle emozioni degli altri;
  • Avere la tendenza a non soffermarsi a riflettere sui propri stati emotivi al fine di individuarne la causa;
  • Rifiutare ogni sfida e sottostimarsi eccessivamente;
  • Percepirsi come vittima delle proprie emozioni, permettere che esse prendano il controllo della vita e alla fine prendere decisioni che spesso si rimpiangeranno.

A questo punto più che mai sentiamo necessario capire dove origini tale problema. Molti di voi avranno già intuito: dall’infanzia. Nasciamo tutti analfabeti emotivi ed è assolutamente normale nei periodi immediatamente successivi.Ma nel momento in cui il piccolo comincia a relazionarsi con gli altri, subentra il ruolo fondamentale dei genitori. I bambini hanno bisogno di quella che tecnicamente viene chiamata convalida emotiva, vale a dire un processo fondamentale attraverso cui i piccoli cercano l’accettazione radicale dell’esperienza emotiva in altre persone che rappresentano punti di riferimento di rilievo per loro.

Se però, viceversa, accade che si vada incontro a un processo di invalidazione emotiva – significa cioè che la vita emotiva del bambino viene trascurata, le emozioni avvilite o respinte, giudicate, considerate stupide – il bambino imparerà che le emozioni sono nemiche da evitare e non farà altro che respingerle o nasconderle, a sé e agli altri. La naturale conseguenza è che non potrà “esercitarsi” con il proprio mondo emotivo, non saprà gestirlo e probabilmente diventerà un adulto con analfabetismo emotivo.

Tuttavia non è mai tardi per rimediare. Pertanto riportiamo alcuni dei consigli degli studiosi, nella speranza che vi siano utili.

Auto-consapevolezza emotiva: il fine è imparare a riconoscere cosa provi, imparando a dare ad ogni tuo sentimento o emozione un nome. Non confondere la stanchezza con la depressione, un trauma con una preoccupazione, un amore con un’amicizia. Imparato questo, saprai spiegare l’origine di ciò che senti, individuare la causa e comprendere pian piano i fattori che la scatenano.

Empatia: è capire come può sentirsi l’altro. Non dal tuo, dal suo punto di vista. Dovrai pertanto calarti nei suoi panni e provare a capire cosa sta sentendo. Si tratta di una delle cose più importanti da imparare perché questo significa partecipare affettivamente alla realtà di qualcuno che ci è caro. In tal modo, inoltre , partecipiamo alla sua sfera emotiva. L’empatia non si ferma qui. Il passo successivo è comprendere le ragioni di chi le esprime, sì, ma soprattutto entrare in comunione con le sue emozioni e accettarle per come sono.

– Interattività emotiva: Significa imparare a gestire le emozioni in modo positivo così da tirar fuori la parte migliore della gente.

Automotivazione: Allude all’invito di darsi degli obiettivi motivanti e cogliere da questi emozioni positive che aiutino a raggiungerli. Due vittorie in una, aver raggiunto il proprio traguardo ed esserci riusciti utilizzando emozioni positive.

 

«L’alfabetizzazione emotiva richiede che le persone comprendano i propri stati emotivi e quelli degli altri; imparando a gestire le proprie emozioni ed empatizzare […] L’alfabetizzazione emotiva è sia un processo di sviluppo individuale che un’attività collettiva, è sia autosviluppo che costruzione di un gruppo, così che i sentimenti propri del benessere emotivo possano crescere insieme a quelli degli altri, e non a loro spese. L’alfabetizzazione emotiva implica stabilire connessioni tra le persone e lavorare con le loro differenze e somiglianze, per gestire l’ambiguità e la contraddizione. È un processo dinamico attraverso il quale la persona si sviluppa emotivamente e coinvolge la cultura e l’empowerment».

Brian Matthews – psicologo.

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