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La Brexit oltre la luce dei riflettori

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In seguito alla sentenza della Corte Suprema che dichiara illegittima la chiusura di 5 settimane del Parlamento del Regno Unito, le polemiche invece di smorzarsi si fanno più accese e polarizzano maggiormente le diverse opinioni, aggiungendo una crisi istituzionale all’incertezza che riguarda il destino del Paese. Il Primo ministro Boris Johnson accusa l’opposizione di tradire il Paese perché gli ha tolto di mano il ricatto del no-deal, quasi la UE fosse un nemico da abbattere e la Brexit una sorta di guerra di indipendenza, invece di cercare di costituire un nuovo accordo tra Paesi intenzionati a mantenere strette relazioni commerciali e una cooperazione a diversi livelli.

Ma la battaglia interna sulla Brexit si combatte su un territorio tutto sommato marginale, lontano dalla reale sostanza dei problemi concreti. Quello di più difficile soluzione non riguarda certo le leadership dei partiti principali, i presunti abusi di potere dei premier e le danze dei parlamentari tra le diverse opzioni. La questione quasi impossibile da risolvere è quella del confine tra le due parti d’Irlanda e degli accordi del Venerdì Santo e hanno garantito la pace in questi ultimi 21 anni, in cui ogni Nord-Irlandese è stato contemporaneamente irlandese e cittadino del Regno Unito, sotto il più vasto cappello della cittadinanza UE. Nel Nord Irlanda, le ostilità tra le due fazioni storiche sono state messe in soffitta e le nuove generazioni non hanno vissuto altro che la “pace civile” dopo la lunga, interminabile guerra civile che minaccia di esplodere di nuovo.

Migliaia di persone abitano nei pressi di quei 500 Km di confine, alcuni vivono da una parte e lavorano nell’altra, altri hanno un indirizzo in ciascuna delle due per comodità, tutti quanti si mescolano ogni giorno e hanno una fitta rete di rapporti umani, commerciali, famigliari che oggi rischia di essere troncata da una frontiera.
Le antiche strutture di confine oggi sono in buona parte abitazioni, esercizi commerciali, aziende, palestre, luoghi in cui le persone vivono, lavorano, si ritrovano. Ripristinare caserme, dogane e varchi controllati potrebbe essere oltre che pazzesco sotto il profilo umano, economico e organizzativo anche di lunga o dubbia realizzazione, se gli eventuali espropri non andranno tutti a buon fine.

Un reportage di Repubblica, circa due anni fa, ci raccontava di Pettigo, la cittadina tagliata in due dal confine, e delle preoccupazioni dei suoi abitanti sul ritorno del conflitto tra indipendentisti e unionisti. Ebbene, in tanti mesi il loro timore non è stato fugato. Gli slogan hanno messo in secondo piano le questioni pratiche di un divorzio che rischia di essere esplosivo e di gettare nel caos più totale la quotidianità, la sicurezza, il lavoro di un numero impressionante di persone. Così ora si sente parlare di nuovo della riunificazione d’Irlanda e se ne sente parlare in termini nuovi, non tanto come affermazione ideale di principi autonomistici o nazionalistici, ma come sistema pratico, terra terra, di tenere insieme quello che è troppo difficile e costoso (in termini economici e umani) separare.

Parallelamente, in Scozia il dilemma della permanenza nella UE si riflette nella questione indipendentista, in direzione opposta a quanto era accaduto nel 2014, quando il rischio di essere estromessi dalla UE aveva giocato a favore della permanenza nel Regno Unito. Addirittura anche in Galles, a sorpresa, nasce una richiesta di indipendenza in seguito alla Brexit; l’idea di un Paese indipendente che resti nella UE, secondo un sondaggio di YouGov commissionato da Plaid Cymru a metà settembre, fa breccia in un terzo dei gallesi e tocca il 42% tra gli elettori più giovani.

Sarebbe convenuto affrontare una questione importante come la Brexit con la dovuta attenzione alle questioni pratiche che riguardano le periferie, le comunità lontane dai riflettori, e senza accantonare i problemi come quello della frontiera che spezzerebbe a metà l’Irlanda, fin dalla campagna referendaria del 2016. D’altra parte sarebbe stato estremamente difficile indicare delle soluzioni già allora, visto che a tre anni dal referendum – con oltre 1000 giorni a disposizione – nessun nodo fondamentale è ancora stato sciolto.

In questi 3 anni di preparazione conflittuale alla Brexit, non è intervenuta quella crisi disgregativa della UE che una parte dei commentatori si aspettava, ma si sta configurando invece un rischio molto serio di disintegrazione del Regno Unito.

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