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Il Kenya leader delle rinnovabili in Africa

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Il Kenya ha raggiunto il 70% di produzione di elettricità da fonti rinnovabili con l’entrata in funzione della centrale eolica Turkana Wind Power. La centrale è in grado di produrre 310 megawatt di energia rinnovabile, accessibile ed economica con le sue 365 turbine eoliche entrate in funzione e allacciate alla rete elettrica del Kenia.

Non a caso negli ultimi otto mesi il parco eolico keniota ha permesso la riduzione di produzione elettrica da combustibili fossili di quasi 70 milioni di euro e, nello stesso periodo, il nuovo impianto ha immesso in rete più di 1,2 miliardi di chilowattora (KWh) di elettricità.

Dunque il Paese africano si pone come leader dello sviluppo delle energie rinnovabili e l’obiettivo è raggiungere il 100% di produzione di energia da rinnovabili entro il 2020.

Infatti, secondo la Banca Mondiale, il Kenya è il Paese africano con il maggior tasso di crescita del continente, passando da un 19% del 2010 al 56% del 2016, anche se poco più della metà della popolazione ha accesso all’elettricità e oltre il 70% produce energia da biomassa per cucinare.

Ovviamente sono le zone rurali del Paese a registrare la minore disponibilità di elettricità, anche se negli ultimi anni la tecnologia ha permesso di raggiungere anche le zone più remote grazie a piccoli kit fotovoltaici a basso costo che si ripagano nel giro di un anno, dimostrando ancora una volta che le rinnovabili rimangono la soluzione più flessibile e accessibile per portare energia ovunque.

Ci sono state però controversie nella costruzione del progetto della centrale del Turkana, dal momento che le popolazioni indigene del Kenya che praticavano la pastorizia hanno dovuto cedere i terreni per l’installazione delle turbine eoliche.

Come ha spiegato The Conversation (un media non profit): «La popolazione locale ha sperimentato diverse forme di esclusione durante la costruzione del parco eolico. Ad esempio, il progetto ha deciso di non riconoscere i Rendille, Samburu e Turkana che vivono all’interno della concessione come indigeni. Ciò era in contrasto con le definizioni internazionali di popolazione autoctona. In questo modo la società ha potuto evitare di attuare un processo di consenso preventivo e informato, che avrebbe contribuito a salvaguardare i diritti economici, sociali e culturali delle comunità interessate durante lo sviluppo del progetto».

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