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Gli Usa riprendono le esecuzioni federali

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Il dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti ha annunciato la ripresa delle esecuzioni federali.

La notizia è stata diffusa dal Coordinamento tematico sulla pena di morte di Amnesty International che informa che le possibili esecuzioni federali inizieranno a partire probabilmente da cinque detenuti condannati per omicidio di minori. Se effettivamente le condanne verranno eseguite, saranno le prime esecuzioni federali dal 2003.

Non nasconde il proprio pensiero Margaret Huang, direttrice esecutiva di Amnesty International Usa: «La decisione dell’amministrazione Trump di riavviare le esecuzioni federali dopo una pausa di 16 anni è scandalosa. È l’ultima indicazione del disprezzo di questa amministrazione per i diritti umani». Ha poi aggiunto costernata ma ferma: «L’uso della pena di morte non è in linea con le tendenze nazionali e internazionali. Ventuno Stati degli Stati Uniti e oltre la metà dei Paesi del mondo hanno già stabilito che la pena di morte non rispetta i diritti umani e non ha posto nelle loro leggi».

Continua l’associazione in una nota che in realtà, a livello federale, i tribunali pronunciano raramente pene capitali e infatti nelle carceri federali si trovano nel braccio della morte “soltanto”62 detenuti, mentre in quelle statali le presenze arrivano a oltre 2.700 individui.

La pena prevista per le esecuzioni federali sarà l’iniezione di un singolo medicinale, il pentobarbital e la prima persona a subire la condanna dovrebbe essere, il 9 dicembre prossimo, Daniel Lewis Lee, condannato per aver ucciso in Arkansas una famiglia di tre persone tra cui un bambino di 8 anni.

Naturalmente, prosegue la nota, la decisione dell’amministrazione governativa appare in netto contrasto con le crescenti moratorie sulla pena di morte adottate dai diversi Stati Usa negli ultimi dieci anni, sia per le iniezioni letali – accusate di causare eccessiva sofferenza – sia per la carenza delle sostanze da usare, dal momento che le grandi case farmaceutiche rifiutano di fornirle per non venire associate a una pratica che ormai molti considerano inumana e incivile.

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