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Le armi negli Stati Uniti: paradossi e contraddizioni

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Con ottantotto armi ogni cento persone, gli Stati Uniti sono di gran lunga il Paese al mondo dove le armi da fuoco sono più diffuse tra i civili. Secondo nella lista c’è lo Yemen, dove è in corso da anni una guerra civile, ma è nettamente staccato dagli Usa (54,8 ogni cento persone).

Del resto, come in molti sapranno, il possesso di armi per potersi difendere è reso possibile dalla Carta Costituzionale americana, la più antica del mondo moderno che viene definita “legge suprema del Paese”. È stata infatti stilata il 17 settembre 1787 ed è entrata in vigore nel 1789, consta di VII articoli in cui le armi non sono menzionate.

In realtà è il II emendamento della Costituzione che garantisce il diritto di possedere armi; affonda le sue radici nei tempi delle grandi occupazioni britanniche e spagnole quando ”fare fuoco” era l’unico modo che permettesse la difesa del territorio da parte delle milizie americane. Ancora oggi però è acceso il dibattito se questo diritto sia esteso o meno ai privati cittadini, ma le discussioni non arrivano mai a un’univoca soluzione.

Quindi, se da una parte il possesso e l’uso di armi potrebbero anche essere considerati come retaggio culturale del popolo americano, dall’altro è necessario considerare che le lobby delle armi NRA (National Rifle Association) trovano facile consenso a causa della loro importanza economica e occupazionale, e in generale il Congresso – formato dai conservatori repubblicani e dai più progressisti democratici – si oppone a ogni restrizione di un mercato che vanta una grande importanza in termini di PIL.

Tanto è vero che persino quando al governo ci sono stati presidenti democratici non è mai stato fatto nulla di concreto per il controllo del mercato delle armi e anzi furono le lobby, forti del proprio potere economico, a bloccare il timido tentativo di Barack Obama quando nel gennaio del 2016 cercò di formulare nuove regole per la vendita di armi da fuoco. Personalmente credo però che la perdita di pochi punti di PIL sia più rimediabile rispetto alla perdita di circa 40.000 vite umane. Dato, questo, che risale al 2017 ed è stato elaborato dal Centers for Disease Control and Prevention che ha sottolineato come il trend delle vittime sia in forte crescita negli ultimi vent’anni.

Paradigmatico è che, nel febbraio 2017, Donald Trump abbia firmato un decreto per cancellare i controlli sui precedenti per le persone con disturbi mentali al momento dell’acquisto di un’arma; resta ancor più paradossale che, dopo ogni strage, il presidente si sforzi di descrivere l’attentatore come una persona mentalmente disturbata. Ma ancora: il 12 febbraio 2018, due giorni prima della strage alla Marjory Stoneman Douglas High School in cui morirono 17 persone, l’amministrazione Trump ha presentato una proposta per il budget del 2019 in cui, tra le altre cose, sono stati tagliati milioni di fondi federali per i programmi che servivano a prevenire i crimini nelle scuole e ad assistere le vittime. Il budget è stato approvato dal Congresso.

Contraddizione? Certo, ma non è l’unica. Per esempio una delle più macroscopiche incoerenze è che un cittadino possa acquistare un’arma (non solo pistole, ma anche fucili e persino mitra), ammazzare persone, venire catturato per poi essere condannato a morte (dipende dallo Stato), in un loop macabro e insensato.

Paradossale è anche che diversi presidenti USA (i più famosi furono Abraham Lincoln e John Fitzgerald Kennedy) siano stati uccisi con colpi di arma da fuoco. E soprattutto che la nazione che più di tutte ha favorito il melting pot e l’integrazione tra popoli diversi, abbia i cittadini meno sicuri al mondo proprio a causa delle troppe armi in circolazione.

Anche l’ultima affermazione di Trump sul fatto che sarebbero i videogiochi a influenzare le violenze lascia più che perplessi e ci tocca solo la rassegnazione se nel mondo in troppi non conoscono il nostro Cesare Beccaria.

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