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Decreto Sicurezza Bis: “La disumanità non può diventare legge”

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«Non riuscirei più a guardare negli occhi i miei figli se un mio voto, un mio atteggiamento, un mio ‘click’, decretasse, consapevolmente, di condannare alla morte altri bambini, con i loro stessi occhi, ma colpevoli solamente di non avere un posto sicuro dove stare».

Ho letto molti commenti in questi giorni relativamente al Decreto Sicurezza Bis, la riforma recentemente approvata che, tra le altre cose, minaccia e ostacola il lavoro delle Ong in tema di salvataggio dei migranti in mare. Ma le parole dell’ex senatore M5S e soprattutto ufficiale di Marina, Gregorio De Falco, sono senza dubbio quelle che mi hanno colpito di più.

E non perché fa leva sulle corde dei buoni sentimenti, evidenziando come in mare non muoiano solo delinquenti e terroristi – come qualcuno vuole farci credere – ma anche bimbi innocenti ai quali i genitori provano a garantire un futuro migliore sfidando le onde. Ma perché parla dei suoi di figli, di una futura generazione di adulti ai quali, così facendo, stiamo assicurando un mondo peggiore.

Non è un caso se, già alla vigilia della discussione del Decreto, sia partita, su iniziativa di don Ciotti, una campagna di sensibilizzazione e protesta dal titolo emblematico: “La disumanità non può diventare legge”. In migliaia, tra associazioni e liberi cittadini a sostegno dei diritti umani, si sono uniti al coro di protesta contro un Decreto che, come evidenziato dal presidente nazionale di Libera e Gruppo Abele, è stato ideato per «restringere sempre più l’area dei diritti e dunque della civiltà» e  «tutto ciò, inoltre, nel più totale disprezzo di trattati internazionali che hanno ratificato per il nostro Paese l’obbligo di prestare soccorso a naufraghi e persone in difficoltà. Figli, quei trattati, di capisaldi della civiltà occidentale, carte che hanno inaugurato la stagione della pace, della democrazia e dei diritti come la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e l’articolo 10 della nostra Costituzione sul diritto di asilo da garantire allo straniero».

Da uomo di Chiesa, don Ciotti aggiunge: «Carte in cui ho ritrovato l’anima e lo spirito del Vangelo, la sua etica esigente e intransigente: accogliere gli oppressi e i discriminati, denunciare le ingiustizie, costruire una società più umana già a partire da questo mondo».

Ma evidentemente, la fede e lo spirito cristiano a cui fa riferimento il fondatore di Libera non sono gli stessi che muovono il ministro dell’Interno, che pure non perde occasione per nominare la Vergine e il suo cuore immacolato. Un cuore che – seppure io non sia credente – non ho mai immaginato pieno di odio, di rancore, di razzismo. Al contrario. Un cuore di madre sa dare lo stesso amore a tutti i suoi figli, intensificando le attenzione nei confronti di chi è più in difficoltà. Del resto non è proprio questo che insegna il Vangelo?

E invece in Italia si arriva al paradosso. Più ci professiamo cristiani e più ci comportiamo nella maniera opposta, trasformando «la vittima e il più debole in nemico, invasore, capro espiatorio», sempre per riprendere le parole di don Ciotti.

Del resto, come non ci stancheremo mai di sottolineare, l’unica colpa delle Ong è quella di garantire aiuto a persone in difficoltà ed evitare che le stragi in mare – ancora troppe – aumentino il loro numero, colorando sempre di più il Mare Nostrum di rosso. E’ quanto sottolinea anche l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati che ricorda: «Le ong svolgono un ruolo cruciale nel salvare le vite dei rifugiati e migranti che intraprendono la pericolosa traversata per arrivare in Europa. Il loro impegno e l’umanità che guida le loro azioni non dovrebbero essere criminalizzati o stigmatizzati».

Volontariamente mi fermo qui. Volontariamente non mi soffermerò a parlare degli altri articoli del Decreto Sicurezza Bis (alcuni dei quali preoccupanti allo stesso modo), o delle recenti dichiarazioni del ministro Salvini che – ahimé proprio a un chilometro da casa – attraverso un vero e proprio ossimoro, ha chiesto al Paese «il conferimento dei pieni poteri» perché «siamo in una democrazia». Su questo lascio a chi ha studiato la storia la facoltà di valutare in autonomia l’assurdità e la pericolosità di una tale affermazione. E soprattutto di agire di conseguenza!

Il direttore

 

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