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Regionalismo rafforzato: cos’è e che rischi corriamo

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In questi giorni la cronaca politica dedica molta attenzione al tema del regionalismo rafforzato. Si aspettano le risultanze di un Consiglio dei Ministri che tarda a pronunciarsi, mentre le riunioni delle forze di maggioranza si susseguono. Nel frattempo si accavallano le dichiarazioni dei politici. Irritato il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini, che accusa il Governo di “portarlo in giro” da ormai un anno, senza concretizzare alcun impegno istituzionale. Incalza Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, sottolineando che non ci saranno costi aggiuntivi ma solo forti stimoli alla buona amministrazione. Preoccupati diversi esponenti del Movimento 5 Stelle che paventano un’Italia a due velocità.

Ma di preciso cos’è il regionalismo rafforzato? Lo spiega bene una scheda elaborata dalla Camera dei Deputati. “L’articolo 116, terzo comma, della Costituzione prevede la possibilità di attribuire forme e condizioni particolari di autonomia alle Regioni a statuto ordinario (c.d. ‘regionalismo differenziato’ o ‘regionalismo asimmetrico’, in quanto consente ad alcune Regioni di dotarsi di poteri diversi dalle altre), ferme restando le particolari forme di cui godono le Regioni a statuto speciale (art. 116, primo comma)”.

In altri termini, si possono potenziare le competenze regionali nelle materie di legislazione concorrente. Di quali ambiti parliamo? “Rapporti internazionali e con l’Unione europea delle Regioni; commercio con l’estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale”. Non è certo poca cosa.

In queste materie, di norma, la potestà legislativa spetta alle Regioni, “salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato”. Grazie all’art.116 su queste materie le competenze regionali possono essere ulteriormente “rafforzate”.

Ma come si attiva questo processo? Su iniziativa delle Regioni interessate lo Stato può attribuire “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. La Regione Emilia Romagna ha promosso la negoziazione sulla base di una deliberazione del Consiglio Regionale. Le Regioni Lombardia e Veneto sono ricorse al voto popolare con il referendum consultivo. Fatto questo primo passaggio c’è bisogno di una “intesa fra lo Stato e la Regione interessata”. Le risultanze verranno trasposte in una legge “approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti”.

A che punto siamo? La negoziazione a livello di Conferenza Stato-Regioni è andata avanti (accordi preliminari), ma siamo ancora lontani da una vera e propria intesa politica.

Le spinte sono davvero forti. Le Regioni del centro nord, anche a prescindere dalle diverse collocazioni politiche, premono perché questo lungo processo volga al termine positivamente. Forti di una buona tradizione amministrativa sostengono di saper spendere in modo più efficiente ed efficace dello Stato centrale. Inoltre sottolineano che una maggiore autonomia sarà di stimolo anche alle Regioni del sud per migliorare le proprie performance.

Queste ultime, e larga parte dei “meridionalisti”, temono che in tal modo il differenziale tra nord e sud possa allargarsi ulteriormente, fino a minare la stessa unità nazionale. Troppo diversi i punti di partenza, basti pensare agli indici di infrastrutturazione dei territori o all’organizzazione della sanità. Per non parlare delle preoccupazioni per una scuola non più nazionale ma in larga misura regionalizzata.

Il tema è delicatissimo e non si può liquidare in poche battute. Ma di certo non ci possiamo sottrarre a una breve riflessione.

La prima riguarda i soggetti istituzionali del processo di autonomia rafforzata, ossia le Regioni. Temo non ci sia in Italia un’istituzione meno amata e più screditata della Regione, se escludiamo la povera Provincia vittima, suo malgrado, di un intenso e sciagurato processo di demolizione. Le Regioni sono percepite come distanti, inefficienti, corrotte. Non sono certo nel cuore degli italiani, a volte anche a torto. E poi c’è il problema mai risolto delle dimensioni territoriali e demografiche. Regione è la Lombardia, Regione il Molise o la Basilicata. Inoltre non possiamo nasconderci che il processo di autonomia rafforzata o diventa il disegno di una vera e propria riforma istituzionale o finisce per essere un maquillage che complica ulteriormente il dialogo e la cooperazione tra i diversi livelli dell’articolazione dello Stato.

Una seconda riflessione riguarda i rischi di frammentazione dell’unità nazionale. Anche in questo caso bisogna fare uno sforzo di analisi e un esercizio di sincerità collettiva. Dopo anni di disinteresse per il Mezzogiorno l’unità nazionale è già da tempo a rischio. Nessuno lo sostiene pubblicamente perché è impopolare e “antipatico”, ma è così. Lo dimostrano tanti indicatori, a partire dagli indici di povertà, per continuare con la mobilità passiva in sanità, il trasporto locale, lo stato della scuola pubblica e così dicendo. Invocare enfaticamente l’unità territoriale dello Stato, quando non si contrastano concretamente i processi disgregativi, non assolve nessuno ma, al contrario, aggrava la colpa. Il regionalismo rafforzato può stimolare il “riscatto” delle regioni meridionali? Se le politiche di sviluppo non cambiano radicalmente, anche questa diventa un’affermazione ideologica, del tutto strumentale. D’altra parte è assolutamente vero che c’è bisogno di una più alta assunzione di responsabilità della classe politica del centro sud se si vuole provare a recuperare l’attuale gap. Naturalmente un regionalismo rafforzato “iniquo” può peggiorare la situazione attuale, con esiti imprevedibili.

Allora, cosa fare? Ritengo che questo non sia il momento adatto per affrontare un tema tanto importante. Troppe tifoserie in campo, eccessiva voglia di “primeggiare”, permanente clima elettorale. La probabilità di procurare danni incalcolabili, anche senza volerlo, è davvero forte. Tuttavia il tema è ineludibile. Le Regioni così come sono oggi configurate per territorio, popolazione, qualità delle tecnostrutture e delle classi politiche, non sono adeguate. Il Paese è davvero diviso e “rafforzarne” soltanto la parte più strutturata non sembra la strada giusta per trovare un nuovo equilibrio territoriale. Ma è necessario stare attenti a non negare le giuste aspirazioni di chi ha le condizioni per crescere e rafforzare la propria condizione. Anche questo diniego contribuisce a rompere il patto di solidarietà che dovrebbe tenere insieme il Paese.

In conclusione, al momento le premesse per questa riforma istituzionale non sono affatto buone. Quanto meno cerchiamo di essere consapevoli dei rischi che comporta.

 

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