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La Libia non è un luogo sicuro: lo dimostrano i continui bombardamenti

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La Libia, checché se ne voglia dire, non è un luogo sicuro, tantomeno la sua capitale Tripoli.

Il 4 aprile scorso, è iniziata infatti l’offensiva del generale Haftar verso la capitale del Paese e l’escalation della violenza è proseguita con regolarità. Da allora oltre 100.000 civili sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni e i bombardamenti hanno causato lunghe interruzioni quotidiane di forniture di energia elettrica. Non si conosce il reale numero dei civili morti o feriti, ma queste continue incursioni hanno compromesso i servizi sanitari e altri di prima necessità in diverse zone della città.

Purtroppo entrambe la parti in conflitto (sia quelle del generale Khalifa Haftar che quelle del capo del governo attuale Fayez al Serraj) sono dotate di un’ampia gamma di armi importate violando l’embargo posto dalle Nazioni Unite alla Libia con la risoluzione 1970 del 2011.

Purtroppo nella notte tra il 2 e il 3 luglio scorsi, un bombardamento dell’aviazione del generale Haftar ha colpito un centro per migranti situato vicino alla base militare di Dhaman dove entrambe le milizie in lotta hanno concentrato le loro riserve di armi, causando diversi morti e feriti. Un bilancio preciso al momento non è ancora stato possibile.

Magdalena Mughrabi, vicedirettore di Amnesty International per Medio Oriente e Africa del Nord ha dichiarato in una nota ufficiale: «L’embargo sulle armi avrebbe dovuto proteggere la popolazione civile della Libia. Ma stati come la Giordania, gli Emirati Arabi Uniti e la Turchia lo stanno violando clamorosamente fornendo armi sofisticate, veicoli blindati, droni e missili teleguidati. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve agire con urgenza per far rispettare l’embargo e le parti in conflitto devono rispettare il diritto internazionale e cessare di mettere in pericolo i civili».

Si è anche aggiunta la voce del ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero Milanesi che ha affermato in una nota che nel Paese libico «occorre garantire immediatamente misure di seria protezione per i civili e, in particolare, trasferire i migranti che si trovano nelle strutture di raccolta in luoghi al sicuro dai combattimenti e sotto la tutela delle Nazioni Unite».

Nel frattempo, come nota a margine, il capitano Carola Rakete della Sea Watch 3 che trasportava migranti in fuga dalla Libia, è stata liberata dagli arresti domiciliari poiché il Gip Alessandra Vella ha negato il nullaosta per l’espulsione e nel suo provvedimento ha spiegato che «in base a diversi accordi internazionali e delle Nazioni Unite, il comandante di una nave deve prestare assistenza a chiunque si trovi in pericolo in mare e anzi, l’omissione di tale soccorso fa incorrere in una sanzione prevista dal Codice della Navigazione art. 1158».

Diseguaglianza
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