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Le azzurre ai mondiali sono felici

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Vi è capitato di vedere “1/2 ora in più” domenica scorsa? Dopo oltre 45 minuti di intervista a Alessandro Di Battista – per la verità abbastanza noiosa – Lucia Annunziata, quasi in imbarazzo per la scelta compiuta, si è soffermata sulla novità televisiva delle ultime settimane: l’incredibile e inaspettato successo di pubblico delle partite della nazionale femminile di calcio nel campionato mondiale in Francia. Mi sono fermato ad ascoltare perché anch’io mi ero posto la domanda.

Come mai, in tempi di esplicito attacco ai diritti delle donne, milioni di telespettatori restano incollati per ore a seguire le prodezze di atlete fino al giorno prima assolutamente sconosciute? Perché io stesso, tiepido appassionato di calcio, ho sospeso ogni attività lavorativa, culturale, ludica per seguire le partite?

Con Lucia Annunziata hanno provato a fornire qualche risposta due croniste sportive e la giocatrice Elena Linari in diretta da Montpellier, Cristina Capotondi e Dacia Maraini in studio. Naturalmente hanno fornito spiegazioni plausibili e interessanti che spaziano dalla spontanea adesione del pubblico alla maglia azzurra alla novità e alla freschezza rappresentate dalle nostre atlete, dalla ricchezza del vissuto di queste donne ai sacrifici che hanno dovuto sopportare per raggiungere questi traguardi, dal superamento degli stereotipi di seduzione alla loro profonda femminilità.

Riflessioni utili per comprendere milioni di spettatori su Raiuno. Giacché sono stato, e continuerò a essere, parte di questa larga schiera finché l’avventura continuerà, vorrei aggiungere una breve riflessione. Non è stata la passione per il calcio a incollarmi al teleschermo. Nel calcio maschile guardo una partita su tre della nazionale. Non è stata la passione per gli sport femminili. Sono un osservatore abbastanza distaccato, anche se sempre più spesso mi soffermo a guardare le imprese delle sportive. Perché, allora?

Perché oggi le donne riescono a trasmettere emozioni che i paludati colleghi non sanno più dare. I maschi sono certamente più bravi dal punto di vista tecnico, più “spettacolari”, più forti ma terribilmente stanchi e scontati. Sempre perfetti, efficaci ma ripetitivi. Ha ragione Andreotti: il potere logora chi non ce l’ha. E infatti rimane saldamente nelle mani di chi lo detiene da sempre. Ma non basta a comunicare un sogno, un progetto, qualcosa che riesca ad andare oltre il già noto.

Nello sport come nella quotidianità. Questo calcio femminile ha tanti difetti ma è pienamente “umano”, riesce ad arrivare a tutti, a non farti sentire estraneo, distante. La partita non si gioca tra 22 automi che si combattono solo in resistenza fisica e schemi di gioco. Vale lo stesso se si guarda una partita di tennis. Le palle lanciate dalle racchette maschili raggiungono velocità stratosferiche, fanno traiettorie incredibili. Allo stesso modo nella pallavolo maschile: forza, precisione, velocità al limite del credibile. Nello sport femminile, per fortuna, non è così. C’è qualcosa di “fragile” che lo rende comprensibile, vicino, simpatico.

Uso l’aggettivo “umano” per restituire quel tanto di universale che la competizione porta con sé. Lo sport maschile è dis-umano, lontano, dire anzi estraneo alla condizione generale. Troppo estremo nelle sue manifestazioni. Troppo orientato al record. Troppo alla ricerca dell’eccezionale. Troppo schiavo dei soldi e del mercato. Troppo intriso di doping. Qualcuno mi ricorderà che lo sport è ricerca del limite. Sarà. Qualche altro sosterrà che quando il calcio femminile diventerà professionistico (fatto peraltro auspicabile) sarà tutta un’altra storia.

Forse. Mi piace pensare che non sarà così. La vicenda delle nostre calciatrici, così come delle pallavoliste, sembra indicare qualcosa di diverso. Le donne, oggi, hanno una capacità di comunicare valori positivi che gli uomini non hanno più. Noi maschi siamo bravissimi, ma provati, spenti. Loro hanno vivacità, voglia, entusiasmo. Noi abbiamo il potere, loro hanno un progetto di vita. Noi gestiamo il presente, loro guardano al futuro. Noi siamo “rancorosi”, loro sono felici. E, come abbiamo scritto mille volte, la felicità “pubblica” è creativa, generativa, relazionale.

Allora, visto che milioni di spettatori seguono il calcio femminile, siamo alla svolta. Abbiamo capito che c’è bisogno di aria fresca, di risorse nuove. Tutto a posto. Per nulla affatto. I grandi numeri sono il frutto di felici coincidenze: una buona campagna di comunicazione (peraltro non solo italiana), spazi televisivi liberi, reale attenzione alle novità, disperata voglia di buoni risultati in questo Paese troppo segnato dalle difficoltà e dalle sconfitte. Ma c’è da credere che non sarà il calcio femminile a ribaltare la sorte delle donne in Italia. I problemi rimangono tutti, drammaticamente, davanti a noi. Tuttavia le nostre atlete sono belle persone e l’hanno dimostrato all’intero Paese. I tanti spettatori testimoniano che in Italia non c’è solo Tavecchio o qualche retrogrado cronista. Certo, ci sono centinaia di “convertiti” dell’ultimora, ma c’è anche un cambiamento in atto ormai irreversibile.

Resta da ricordare che al fondo di queste novità ci sono l’energia, la vitalità e l’intelligenza delle donne. Quando vincono ma anche, e forse più, quando inevitabilmente inizieranno a perdere. A quel tempo ci sarà qualche spettatore in meno, ma la sostanza di certo non cambierà.

Conosciamo l'associazione culturale Movimentazioni di Pescara
Come un sogno rapido e violento. Gabriele d’Annunzio e Napoli (1891-1893)

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