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Come un sogno rapido e violento. Gabriele d’Annunzio e Napoli (1891-1893)

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Vorrei presentare ai lettori di Felicità Pubblica la più recente fatica di Tobia Iodice, Come un sogno rapido e violento. Gabriele d’Annunzio e Napoli (1891-1893), per i tipi dell’editore Carabba di Lanciano (2018).  Napoletano, Iodice insegna Italiano nella Scuola Secondaria Superiore. Ha collaborato a importanti inchieste giornalistiche, è stato organizzatore di innovativi eventi culturali, da qualche anno si dedica con continuità agli studi dannunziani. Nel 2016 ho avuto il piacere di conoscere l’Autore in occasione della presentazione del volume I violenti. Sei novelle napoletane di Gabriele d’Annunzio, edizioniCentAutori, da lui curato.

Iodice già a quel tempo doveva avere ben presente il piano dell’opera di cui oggi scriviamo giacché apriva il saggio introduttivo con queste espressioni: “Che periodo straordinario fu, per l’arte e la vita di Gabriele d’Annunzio, quello del suo soggiorno napoletano! In poco più di ventiquattro mesi il futuro Vate d’Italia pubblicò due romanzi, L’Innocente e Giovanni Episcopo, e ne avviò la stesura di un terzo, Trionfo della Morte, scrisse alcune delle sue migliori raccolte di poesie, Elegie Romane, Poema Paradisiaco, Odi Navali, e tornò anche all’attività di giornalista, che aveva abbandonato da circa un lustro, facendo comparire sul quotidiano “Il Mattino” ben 13 articoli, molti di questi fondamentali per la definizione del suo pensiero. A Napoli, inoltre, si avvicinò alla musica di Wagner e alla filosofie di Nietzsche, entrambi determinanti per la sua produzione futura. Sul piano strettamente personale invece, ebbe dalla sua nuova amante, la principessa Maria Gravina Cruyllas di Ramacca, l’adorata figlia Renata, divenne un patito del gioco del lotto, e visse pure un incontro ravvicinato con uno spettro. Insomma, in due anni e qualche mese passati all’ombra del Vesuvio, d’Annunzio fece quello che un uomo comune non riuscirebbe a fare in una vita intera. D’altro canto, non è per caso che egli definì la sia esistenza il vivere inimitabile”.

Come un sogno rapido e violento conduce per mano il lettore nel biennio napoletano di Gabriele d’Annunzio, esattamente dal 30 agosto 1891 all’11 dicembre 1893. Il bilancio di questo breve lasso di tempo è magistralmente sintetizzato nelle parole che d’Annunzio scrisse al suo amico Francesco Paolo Michetti: “Sono passati due anni dall’aprile nostro laborioso, in cui fu concepito L’Innocente. Due anni! Passati in un lampo, come in un sogno rapido e violento”.

Che dire di questo testo di Iodice? Proverei a definirlo con tre aggettivi. In primo luogo è un libro indispensabile per lo studioso di d’Annunzio, documentato, rigoroso, talora addirittura pignolo nella ricostruzione dei singoli passaggi della vita e della produzione letteraria dannunziana. In secondo luogo è un testo utilissimo per chiunque ami e studi la storia della letteratura italiana ed europea. Sono infatti ricostruite con attenzione le relazioni tra alcuni grandi scrittori e poeti dell’epoca e le fasi di passaggio dal verismo al decadentismo. Infine è un volume prezioso per chi voglia approfondire la storia culturale di Napoli, dalle vicende dei suoi grandi giornali – il Corriere di Napoli, Il Mattino, il Roma -, ai protagonisti dell’editoria, del teatro e dei salotti partenopei. Prezioso anche per chi voglia disporre di un affresco d’insieme della vita sociale di una “capitale” anche della nuova Italia.

Nello stesso tempo si tratta di un libro gradevolissimo, che si legge come un romanzo. Incalzante il ritmo, elegante la scrittura. Concepito per essere letto da un pubblico colto ma non necessariamente specialistico, un libro pensato per i lettori e non solo per le biblioteche.

In particolare vorrei segnalare la peculiare chiave ironica della narrazione. L’Autore riesce a sfuggire a quella sorta di polarizzazione cui d’Annunzio sembra costringere sia i suoi studiosi sia i suoi semplici frequentatori. Da un lato l’ammirazione incondizionata che spinge a una rappresentazione agiografica, retorica che alla lunga risulta difficile da tollerare. Dall’altra la critica pregiudiziale, implacabile, distruttiva. Iodice ama d’Annunzio, questo è evidente, ma ne coglie e ne racconta anche le contraddizioni, le debolezze, i punti critici. E lo fa con sottile ironia, con un lieve distacco. Così riesce a dare verità e spessore a un artista complesso e a renderlo “simpatico”, nel senso etimologico del termine.

Colpisce la capacità narrativa dell’Autore che propone pagine davvero intriganti, caratterizzate da una scrittura limpida, serrata, in cui il piacere della lettura trascende lo stesso contenuto del racconto. In definitiva Iodice, con una impostazione ormai comune anche ad altri affermati autori, riesce a fondere saggio e romanzo. Suo merito peculiare è quello di non abbandonare mai il rigore scientifico mantenendo, al contempo, una prosa fluida ed elegante.

 

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