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Piacenza, con il Progetto Vita, è diventata la città dei defibrillatori

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Piacenza, in Emilia Romagna, gode di un primato invidiato da molti: è la città più “cardioprotetta” d’Europa; possiede infatti 886 defibrillatori dislocati nei luoghi più disparati. Per esempio negli impianti sportivi, nelle scuole (anche gli asili), in molte aziende, nelle redazioni dei giornali.

Anzi, addirittura 130 defibrillatori sono stati appesi su muri perimetrali delle strade: si tratta di zainetti rossi posti in una teca di vetro, ma devono restare accessibili in ogni momento e in ogni ora del giorno e della notte, poiché l’attacco cardiaco non ha né stagioni né orari. È stato anche evidenziato che di questi apparecchi esposti, in oltre 20 anni, ne sono stati vandalizzati solo cinque.

Il Progetto Vita è stato messo in atto dalla dottoressa Daniela Aschieri, oggi primaria di Cardiologia all’Ospedale unico della Valtidone, 25 chilometri a Ovest della cittadina emiliana. Un progetto che ha radici nel 1998, quando la dottoressa aprì la Onlus “Il cuore di Piacenza” con un prototipo di defibrillatore semi automatico proveniente da New Orleans.

La stessa dottoressa Aschieri ha spiegato nei giorni scorsi alla Commissione Affari Sociali della Camera come i risultati sul campo si siano dimostrati più che a favore di questo progetto, poiché a Piacenza e provincia gli infartuati vengono salvati quattro volte in più rispetto la media nazionale.

Questo per il semplice motivo che oltre 120 persone colpite da infarto sono state salvate con i defibrillatori dai volontari delle ambulanze, da agenti in servizio e guardie di finanza, ma anche da passanti. «Dobbiamo convincere il Ministero della Sanità a togliere dalla legge del 2001 l’obbligo dei corsi di formazione per poter usare i defibrillatori. Questa non è una salvaguardia per i cittadini, è una condanna», afferma la dottoressa Aschieri. E prosegue: «Chiunque può usare un defibrillatore. Si apre il coperchio, si preme accensione, poi si applicano i due elettrodi, due adesivi, sul torace. A quel punto la macchina inizia a parlare, riconosce il tipo di arresto cardiaco, fa la diagnosi e se è necessario eroga la scarica. Non ci sono margini d’errore, né responsabilità dell’uomo. Tanti anni fa, quando iniziammo, l’avvocato Augusto Ridella tirò giù un parere legale che diceva che l’onere è dello strumento. In ventun anni non abbiamo avuto cause né richieste di risarcimenti».

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