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Molestie sessuali: noi giornaliste, siamo tutte vittime?

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L’85 per cento delle giornaliste dichiara di aver subito molestie sessuali almeno una volta nel corso della vita professionale. Oltre il 66 per cento negli ultimi 5 anni. Il 42 per cento è stata vittima di una qualche forma di molestia nell’ultimo anno.

Leggendo questi tre dati viene da pensare che lo studio sia stato condotto in un Paese dove la condizione femminile sia tra le peggiori al mondo e che, sicuramente, questo accade in un luogo molto lontano dalle nostre italianissime scrivanie. E invece questa è la fotografia scattata proprio a casa nostra, attraverso un’indagine sulle molestie sessuali nel mondo dei media condotta dalla Commissione Pari Opportunità della Fnsi (Federazione Nazionale Stampa Italiana) in collaborazione con Casagit, Inpgi, Usigrai, Ordine dei giornalisti e Agcom.

Numeri che fanno arrabbiare? Molto.

Numeri che sorprendono? No, non me sinceramente.

Dopo quest’ultima risposta, vi starete chiedendo legittimamente se mi sia mai capitato un simile episodio o se io sia tra quel fortunato 15% rimasto immune da tali deplorevoli atteggiamenti. Ebbene, con la massima onestà, posso dirvi che non lo so. Davvero, credetemi, se vi confesso che non so rispondere a questa domanda.

Senza dubbio posso affermare di non essere tra quel 35,4% di giornaliste (ben una su tre) che hanno subito ricatti sessuali di qualsiasi genere e per qualsiasi “ragione”, né tra coloro che hanno ricevuto gesti o telefonate oscene, minacce di violenza o violenze tentate, minacce di diffondere immagini o video intimi.

Ma la situazione cambia decisamente se analizziamo la sfera della violenza più “sottile” – passatemi il termine – ossia quella relativa a battute a sfondo sessuale, insulti, avances o svalutazione in generale. Beh, in questo caso, posso affermare che senza dubbio, in questi primi 15 anni di attività giornalistica, ne sono stata protagonista. Messaggi sgraditi contenenti avances a mezz’ora da un’intervista realizzata; ammiccamenti o doppi sensi da parte di colleghi o di uomini incontrati per lavoro; voci messe in giro o battute dirette relative a presunte relazioni con amministratori locali con i quali trascorrevo del tempo per avere informazioni; insulti sessisti (pubblici e privati) per aver raccontato verità scomode nei miei articoli o semplicemente per aver dato più o meno spazio a una parte politica; inviti a indossare abiti più sexy durante lo svolgimento del mio lavoro. Tutto questo mi è accaduto, anche più di una volta.

Mi sento una vittima? Anche a questa domanda è difficile rispondere. Posso dire che nella maggior parte dei casi ho saputo cavarmela benissimo, rimettendo al suo posto l’interlocutore o ignorandolo e ripromettendomi di evitare ogni altra occasione di avere a che fare con un così squallido personaggio. Non nascondo, però, che in alcuni casi ho avvertito maggiore imbarazzo, arrivando addirittura a chiedermi se non fossi stata io, seppur involontariamente, a mettere la persona in questione nella condizione di prendersi tutta quella libertà. Ho provato disagio, sì, questo sì, come l’ho provato e continuo a provarlo ogni volta che una simile situazione colpisce una mia collega. A cominciare da quando dietro ad ogni brillante carriera giornalistica al femminile corrisponde l’allusione che il lavoro non sia stato svolto solo sopra la scrivania, ma anche sotto.

Sono mai stata, dunque, una vittima? Lascio a voi la libertà di esprimere il vostro giudizio personale in merito. Quello che mi interessa di più, però, è che voi rispondiate, in cuor vostro, anche a un’altra domanda: “Ma io, sono mai stato un carnefice?”.

Il direttore

Vignetta di Freccia

 

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