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La Sea Watch 3 in attesa per lo sbarco a Lampedusa

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La nave Sea Watch 3, che appartiene all’omonima Ong tedesca e batte bandiera olandese, al momento si trova ancora alla fonda, ancorata a un miglio di distanza dal porto di Lampedusa, in un punto autorizzato dalla Capitaneria dove è arrivata sabato sera.

La nave portava a bordo 65 persone, soccorse mercoledì 15 maggio, 18 delle quali sono state autorizzate a sbarcare sabato pomeriggio e precisamente sette bambini accompagnati con sette madri e tre padri oltre a un adulto in condizioni molto precarie di salute.  Sono rimaste, quindi, 47 persone (tra cui una donna incinta e dieci minori non accompagnati) a bordo dell’imbarcazione, ma le peripezie non sono finite.

Ha dichiarato ieri la portavoce di Sea Watch 3 Giorgia Linardi: «Il nostro comandante è stato in costante contatto con la guardia costiera e ha annunciato la volontà di entrare in acque territoriali italiane e dirigersi verso il porto di Lampedusa; ha anche chiesto la revoca del diniego di ingresso impostogli ieri mattina e questo per via delle condizioni umanitarie a bordo che, stando alle valutazioni, supererebbero le ragioni addotte nel diniego».

Immediata la risposta dal Ministero dell’Interno: «Abbiamo fatto sbarcare malati e bambini, ma resta il divieto assoluto alla Sea Watch 3 di entrare nelle nostre acque territoriali. Non cambiamo idea: porti chiusi per chi non rispetta le leggi, mette in pericolo delle vite, minaccia. Una Ong, peraltro straniera, non può decidere chi entra in Italia».

Di nuovo la replica della portavoce di Sea Watch 3: «Abbiamo deciso di entrare nelle acque territoriali e fatto rotta verso Lampedusa in considerazione dell’aggravamento delle condizioni a bordo, dove alcuni migranti hanno manifestato anche l’intenzione di suicidarsi. Prima di procedere siamo stati in contatto con la Guardia costiera informandoli delle condizioni umanitarie e delle nostre intenzioni e abbiamo contestualmente inviato una richiesta di revoca del diniego di entrare nelle acque territoriali. Nessuna intenzione di violare le regole che abbiamo rispettato, ma le condizioni sono mutate e la nostra scelta è diventata obbligata: a giudizio anche del comandante la situazione venutasi a creare supera le motivazioni del diniego».

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