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Lettera a un razzista del terzo millennio

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Se Cafarnao è stato il mio film della Passione e Resurrezione, “Lettera a un razzista del terzo millennio” di Luigi Ciotti e “L’impegno di Pasqua” di Enzo Bianchi (La Repubblica di domenica) sono state le mie letture del 21 aprile.

Ciotti ha firmato questa lunga lettera il 27 gennaio. Si dipana attraverso parole ed espressioni-chiave: ingiustizia, razzismo, invasioni, “prima gli italiani”, diversi, memoria, muri, “aiutiamoli a casa loro”, “un solo uomo al comando”, speranza. In realtà non troveremo nulla di assolutamente nuovo in queste pagine, anzi, su ciascuno di questi temi abbiamo già letto argomentazioni simili. Allora perché questa lettera merita di essere meditata?

Il primo motivo consiste proprio nel fatto che Ciotti sceglie di dialogare con un razzista contemporaneo. Una scelta davvero originale. Avrebbe potuto proporre le sue argomentazioni in mille altri modi. Invece apre un dialogo, senza nulla concedere ma anche senza ombra di presunzione o sufficienza. Un confronto che parte dalla consapevolezza che, per certi versi, il nostro razzista è esso stesso vittima di un gigantesco meccanismo di ingiustizia.

La seconda motivazione è che nel testo il lettore si misura con numeri e fatti, con un’autentica ricerca della verità basata sulla “conoscenza”. Potrebbe sembrare ovvio ma non è così. Al razzista che ripete slogan si oppongono studi, indagini, statistiche, storie, esperienze. Il razzista non viene rincorso sul suo terreno, non si cerca il consenso avvicinandosi alle sue posizioni. Non si “accettano” le argomentazioni del razzista, rendendole più morbide, accettabili, come tante volte si è fatto in questi anni. Il percorso è diverso.  “Parlerò con te fino allo sfinimento – sembra dire il sacerdote torinese – portando sul tavolo dati di fatto, svelando inganni e mistificazioni, sosterrò con forza e convinzione le mie buone cause”.

La terza ragione è che in questa lettera incontriamo un amore testardo per l’umanità, per tutta l’umanità, anche per i razzisti del terzo millennio. Allo stesso tempo nelle parole di don Luigi c’è quel “chiasso” che papa Francesco ha chiesto ai giovani riuniti a Rio in occasione della Giornata mondiale della Gioventù. “Qui a Rio ci sarà chiasso, ci sarà. Però io voglio che vi facciate sentire nelle diocesi, voglio che la Chiesa esca per le strade, voglio che ci difendiamo da tutto ciò che è mondanità, immobilismo, da ciò che è comodità, da ciò che è clericalismo, da tutto quello che è l’essere chiusi in noi stessi”. E, infine, perché in ogni riga c’è la consapevolezza che al fondo del razzismo odierno ci sono l’ingiustizia e la diseguaglianza, cresciute in modo esponenziale negli ultimi anni.

L’ultima consiste nel fatto che nonostante l’analisi impietosa della nostra società, la speranza permea ogni pagina. Non è un caso che gli ultimi due paragrafi siano dedicati alla speranza e al futuro. “Chi lotta per la speranza lotta per la vita. In questo senso i migranti ci ricordano la centralità della speranza. La speranza dà vita e gioia; il razzismo – lo tocchi con mano ogni giorno – condanna al risentimento e alla tristezza”. E il riferimento al futuro ha una declinazione autenticamente “cristiana”. Infatti, quasi per paradosso, il primo interlocutore del futuro è proprio il nostro razzista. “Sono arrivato alla fine di questa lunga lettera che ho sentito il dovere di scriverti, senza presunzione, per cercare un approfondimento, un confronto, uno studio comune. Perché il futuro è una strada che dovremo percorrere insieme e non sarà indifferente, per noi e per gli altri, il modo in cui lo faremo”.

Non so quale sarà la fortuna editoriale di questo piccolo libro, al momento nella top ten della saggistica italiana. Di certo oggi è un testo “divisivo” ma sono convinto che nei prossimi anni lo troveremo, a ragione, sui banchi di scuola.

Ma di speranza e futuro parla anche Enzo Bianchi nel suo commento domenicale. La Pasqua, già festa della liberazione degli ebrei “usciti dall’oppressione del faraone verso una terra di libertà”, oggi per noi non è solo “la celebrazione del mistero della resurrezione” ma anche “manifestazione della cura della Chiesa per il diverso” o, “con un termine ricorrente nel Vangelo, il piccolo”.

Bianchi sostiene che la Pasqua non può essere contemplazione e memoria di eventi passati ma deve diventare “impegno a una indignazione efficace e a un sussulto delle coscienze che provochino una nuova resistenza di fronte alla cultura della discriminazione, della violenza, dell’illegalità”

Ma, soprattutto, ricorda che “l’apertura a chi fugge da fame e guerra, l’accoglienza dello straniero e del povero, il rispetto della dignità umana”, oltre a essere fondamento della nostra Costituzione e della Dichiarazione universale dei diritti umani, “sono iscritti con parole di fuoco nel Vangelo stesso, sono il cuore del messaggio della Pasqua, della vita più forte della morte, della vittoria dell’amore”.

Questa è la nostra speranza, laici e credenti, cioè che la vita sia più forte della morte, che il dialogo sia più forte del silenzio, che la giustizia sia più forte dell’ingiustizia, che l’amore sia più forte dell’indifferenza. Una speranza testarda e operosa anche in questo tempo in cui, per dirla con Luigi Ciotti, “non viviamo in un bel mondo”.

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