Portale di economia civile e Terzo Settore

Cafarnao: confusione, disperazione e speranza

20

Sono stufo di vedere immagini di bambini utilizzate per evocare buoni sentimenti, misericordia, futuro e speranza. Sono stufo persino dell’utilizzo dei bambini fatto dalle organizzazioni non governative e dalle onlus impegnate in programmi di fundraising. Il bimbo intenerisce, commuove, tira fuori gli aspetti migliori. Purtroppo nella vita reale non funziona così. La nostra attenzione verso i bambini è patologica, frutto di un’epoca senza figli, dei nostri sensi di colpa, del tempo che non dedichiamo loro, della disattenzione verso la loro vita. Vale per lo Stato, vale per la comunità, vale per i genitori, vale per coloro che genitori non sono.

Eppure ieri ho visto per ben due ore un film dedicato a un bambino, il piccolo Zain, e sono rimasto senza parole, profondamente commosso. Siamo a Beirut e Zain è uno dei molti figli di una famiglia povera, dove si sopravvive nella miseria, tra maltrattamenti e violenze, alla disperata ricerca di cibo, senza alcuna prospettiva per il futuro se non arrivare al giorno dopo. Zain contribuisce come può alla vita della famiglia, ricevendo in cambio ostilità e disprezzo. Non più degli altri fratelli, in verità. Ma lui si ribella, soprattutto quando la sorella coetanea, ormai divenuta donna, viene “ceduta” a un commerciante del locale suq. Si allontana di casa e nel suo peregrinare incontra una giovane donna etiope, con un falso permesso di soggiorno in scadenza, sola con il suo piccolo figlio in una lurida baraccopoli. Le solitudini si incontrano, le persone si sostengono e cercano di tirare avanti. Ma il destino è malvagio. La ragazza viene arrestata e Zain non solo è costretto a procurarsi da mangiare ma deve “difendere” questo bimbo che gli eventi gli hanno affidato. Fino a quando non è costretto a cedere il bambino a un trafficante di esseri umani e finire lui stesso in carcere minorile. Zain è infuriato e quando se ne presenta l’occasione denuncia i propri genitori per aver messo al mondo lui e i suoi fratelli, senza essere capaci di prendersene cura.

Regista è Nadine Labaki, autrice libanese che per quest’opera ha ottenuto a Cannes 2018 il meritato premio per il miglior film.

Qualche considerazione a partire dal titolo. Cafarnao è una città della Palestina nota ai più per la predicazione di Gesù, Kefar Nahum, villaggio della consolazione. Ma a dispetto del nome Cafarnao era una città movimentata, addirittura caotica dopo l’arrivo delle folle per ascoltare le parole del Nazareno. Per questo il suo nome è divenuto sinonimo di grande confusione, di mucchio indistinto. Così è il mondo rappresentato dalla Labaki. Beirut è emblema di qualsiasi periferia della Terra, di qualsiasi grande città che a fianco del proprio centro ospita periferie degradate e baraccopoli. Ma c’è di più. Cafarnao parla del caos della nostra società, dell’incapacità di dare dignità alle persone, di tutelare i propri figli, di accogliere lo straniero, di riconoscere l’umanità.

Zain non rappresenta il classico bambino vittima della società. Zain è arrabbiato, furioso, ribelle, deluso dalla sua famiglia, dalle persone, dal destino. Zain, però, non è rassegnato. Lotta per difendere la sorella, per proteggere il bimbo etiope che gli è stato affidato, per cercare il cibo e il futuro. Zain accusa i genitori, li maledice, li porta in tribunale. “Pensavo di diventare un uomo rispettato, amato, ma Dio non vuole questo”.

La vita non è affatto semplice e il bene e il male convivono confusamente. Neanche i genitori di Zain possono essere accusati a cuor leggero. Le parole del padre e della madre in tribunale, ma ancor più i loro sguardi disperati nella misera stamberga lo testimoniano. Il mondo che ci circonda porta con sé un carico di sofferenza che noi occidentali facciamo fatica a immaginare. O meglio, possiamo immaginare nei pochi minuti in cui veniamo a contatto con qualche denuncia o con drammatici racconti. Ma subito una quotidianità rassicurante respinge nel profondo i sentimenti di angoscia e paura che per qualche istante ci sono passati accanto. Eppure queste realtà esistono, sono diffuse, sono più vicine di quanto si possa supporre.

Cafarnao, a ben vedere, può essere considerato, laicamente, il film della Passione e Resurrezione. È pura passione la vicenda di Zain. Un incubo dal quale sembra impossibile uscire. Una serie di prove per il bambino di Beirut paragonabili alle stazioni del Calvario. E al termine di questa disperata prova di sopravvivenza si apre il baratro della prigione. Lungo il cammino non mancano né infiniti atti d’amore (verso la sorella, verso la madre etiope e il suo bimbo indifeso) né la ribellione e le maledizioni contro gli ingiusti e contro un destino amaro e incomprensibile. Ma anche per Zain sembra esserci una vita nuova e, con lui, anche per coloro che erano piombati nello sconforto più assoluto. Senza retorica e false illusioni un’umanità “arrabbiata”, testarda e amorevole si mostra più resistente e forte della disperazione, della miseria e della cattiveria. E questa a noi sembra essere la buona notizia di Pasqua.

 

A Calolziocorte zone rosse e blu vietate ai migranti
In Italia sono in aumento le donazioni di organi e tessuti

Leave A Reply

Your email address will not be published.

Loading Facebook Comments ...