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L’Aquila e i sentimenti che non si cancellano

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L’Aquila. 6 aprile 2009. Ore 3.32.

Sono trascorsi dieci anni da quel tragico evento. Dieci anni da quando la vita di 309 persone si è spezzata in una manciata di secondi. Dieci anni da quando migliaia di persone sono rimaste senza casa e senza appigli. Dieci anni da quando la vita di tutti noi abruzzesi è cambiata per sempre.

Sono trascorsi dieci anni eppure sembra ieri. I ricordi di quella notte e dei giorni a seguire sono stati forse solo messi da parte, riposti in soffitta per non pensare, accantonati per trovare il coraggio di continuare a vivere. Ma basta una data, un orario, o più semplicemente il passaggio di una metropolitana, per risvegliare la memoria, per ricordare tutto come fosse ieri, per trovarsi ancora una volta faccia a faccia con un incubo che non potremo mai cancellare.

Del resto, come si può dimenticare?

L’impotenza: davanti a una scossa che arriva in piena notte con un boato, che ti colpisce mentre sei più vulnerabile, al buio, che dura pochi secondi ma che a te sembrano un’eternità, che non ti dà la forza di alzarti in piedi e fuggire, che ti dà però il tempo di pensare che probabilmente quelli sono i tuoi ultimi istanti di vita o che lo sono per le persone che ami.

La frenesia: dei momenti successivi, quando ti accorgi che la tua casa è ancora in piedi ma che non c’è luce e non c’è linea telefonica, che non puoi metterti in contatto con i tuoi cari, che non sai cosa è successo nel resto del tuo paese.

Lo smarrimento: quando realizzi che quella città che ben conosci, e di cui magari hai parlato anche male per vecchi contrasti calcistici, si è sbriciolata come un castello di sabbia.

Il freddo: che provi perché sei uscito troppo velocemente per coprirti bene o forse perché è un gelo che ti arriva da dentro e ti fa tremare come una foglia.

L’angoscia: quando ti rendi conto che in quei cumuli di macerie che inizi a vedere all’alba in televisione sono sepolte centinaia di persone, che tra loro potrebbero esserci persone che conosci o, peggio, tuoi familiari che studiano nel capoluogo.

Il dolore: davanti a una distesa infinita di bare, davanti ai volti di quelle vite spezzate, davanti al dramma di un tuo collega, davanti alla disperazione di chi sopravvive a metà.

La paura: che il terremoto possa tornare ancora, che ti sorprenda quando non puoi scappare. Quella paura che ti spinge a mangiare in piedi, a sonnecchiare vestito, a farti la doccia alla velocità della luce, a stare il più possibile fuori casa, a cercare con gli occhi l’uscita più vicina, ad assicurarti che la tua nipotina di pochi mesi non sia mai sola in una stanza.

L’incredulità: che registri in ogni sguardo che incontri, compreso il tuo quando ti guardi allo specchio e ti ritrovi a chiederti se è tutto vero o solo un incubo dal quale ti sveglierai.

La gratitudine: nei confronti dei vigili del fuoco che hanno salvato vite umane e hanno pianto davanti a coloro che non sono riusciti a estrarre vivi dalle macerie, dei migliaia di volontari arrivati da tutta Italia per aiutare la tua gente, della popolazione che ha inviato soldi, coperte, medicinali e tutto ciò di cui ci fosse bisogno, dei privati e dei Paesi stranieri che hanno adottato edifici e monumenti per donarli alla città più belli e forti di prima.

La gioia: quando 23 ore dopo il sisma Marta, che non conosci ma per la quale fai il tifo, viene estratta viva dalle macerie. Lo stesso miracolo che si ripete 40 ore dopo la scossa per Eleonora.

La condivisione: che ti fa rispondere alla domanda “tu addò stavi?” una, dieci, cento, mille volte. E che ti spinge a porgere quella domanda a chiunque incontri, perché parlarne è un modo per esorcizzare la paura.

Il silenzio: che ti appare assordante nella tendopoli di Onna, dove tutti hanno avuto un lutto, dove l’assenza si fa più sentire.

La speranza: che leggi negli occhi dei bambini per i quali hai deciso di vestirti da clown, che incontri ogni giorno nel freddo delle tendopoli, con i quali giochi a carte, a pallone o aiuti a colorare, perché vuoi fare anche tu la tua piccola parte.

La suggestione: che ti porta a sentire il terremoto anche quando la terra non trema, che ti fa battere il cuore all’impazzata e sudare, che ti spinge a osservare il lampadario con una frequenza maniacale.

La rabbia: di fronte agli sciacalli che saccheggiano le abitazioni sventrate, a chi rideva la notte del sisma, alle inchieste che si chiudono senza colpevoli, alla ricostruzione pubblica troppo lenta, ai bambini che ancora oggi vanno a scuola nei Musp (moduli ad uso scolastico provvisorio).

Il dubbio: che ti spinge a chiederti di continuo se la tua casa, il tuo ufficio, il ristorante dove mangi o il cinema in cui trascorri una serata siano sicuri in caso di terremoto.

La certezza: che un giorno L’Aquila tornerà a volare più in alto di prima, ma che mai nulla sarà come prima.

No. Tutto questo non si può dimenticare!

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