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“L’animale che mi porto dentro” di Francesco Piccolo

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Perché leggere L’animale che mi porto dentro di Francesco Piccolo? Perché è un libro intelligente e inquietante, duro, sfrontato, dissacrante, ma anche tenero e, in fondo, consolante. Non aspettate un romanzo nel senso classico del termine. Siamo piuttosto di fronte a un mix tra narrazione e saggistica, condito da humor sottile.

L’argomento è noto, ne avrete certamente sentito parlare nei lanci televisivi o in qualche commento giornalistico. Mi affido alla controcopertina. “Quella che Francesco Piccolo racconta è la formazione di un maschio contemporaneo, specifico e qualsiasi. Il tentativo fallimentare, comico e drammatico, di sfuggire alla legge del branco – e nello stesso tempo, la resa alla sua forza. La lotta indecidibile e vitale tra l’uomo che si vorrebbe essere e l’animale che ci si porta dentro”.

La formazione di un maschio contemporaneo, appunto. Da un lato il suo rapporto con la forza, la virilità, la violenza, la sessualità; dall’altro con la fragilità, la debolezza, il dolore, i sentimenti, l’amore. La “furbizia” narrativa consiste nella struttura apparentemente autobiografica del racconto. Il protagonista confessa anche gli aspetti più personali del conflitto che accompagna le diverse fasi della sua vita, senza veli o sconti, anzi spesso in modo spietato. Così l’ammirazione nei suoi confronti cresce pagina dopo pagina, per essere in grado di mostrare al lettore ogni piega del proprio essere, anche le più intime e le meno lusinghiere. Il tema è affrontato da mille punti di vista, attraverso numerosi episodi della vita del protagonista, con un andamento circolare (quasi ossessivo) che sembra tornare sempre allo stesso punto, affinché nulla rimanga in ombra. Una sincerità disarmante, imbarazzante, quasi fastidiosa. Al contempo il linguaggio è fluido, le citazioni e i riferimenti colti e ben calibrati, la lettura sostanzialmente scorrevole.

Eppure c’è qualcosa che non funziona a dovere. In primo luogo, direi, l’autocompiacimento. Il protagonista sembra dirci: “sono il migliore dei maschi possibili”. Abbastanza consapevole da tenere sostanzialmente a freno “l’animale che mi porto dentro”, ma anche sufficientemente maschio per non tradire il genere. In fondo la legge del branco, se ben temperata, non è poi così male. In secondo luogo la proposta del protagonista come paradigma maschile. Anche in questo caso Piccolo sembra affermare: “non raccontiamoci storie, siamo tutti così, non ne possiamo fare a meno”, anzi, in fondo, non è poi tanto male. Infine, dietro tanta apparente problematicità, sembrano esserci granitiche certezze, a partire da una sorta di stereotipo della sessualità maschile.

Forse sarebbe utile qualche dubbio in più. È inevitabile crescere nel branco e rispondere alle sue leggi? E se qualcuno non avesse visto “Malizia” o non fosse rimasto folgorato da Sandokan non potrebbe essere annoverato nel genere maschile? Davvero noi maschi siamo tutti così simili? Gli incontri con le donne possono essere orientati solo al desiderio sessuale? E, in ogni caso, le relazioni sono solo ripetizioni di un copione già visto mille volte?

Ripeto c’è qualcosa che non va. Ma per maturare qualche legittima perplessità è necessario accettare la sfida di Francesco Piccolo e seguirlo, con qualche prudenza, nel suo racconto. E da lì partire per aggiungere qualche ulteriore tassello alla ricerca sulla formazione del maschio contemporaneo.

 

 

 

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