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Presentato a Roma il Rapporto Agromafie 2019

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È stato illustrato pochi giorni fa a Roma il Rapporto Agromafie 2019 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio Agromafie e nato con la collaborazione con le Forze dell’ordine, la Magistratura e gli Enti che lavorano a difesa del comparto agroalimentare.

Ne abbiamo parlato anche gli anni scorsi, per esempio in questo articolo, e quello che balza all’occhio immediatamente è come sia salito il volume d’affari complessivo annuale, che nel 2018 ha registrato un aumento del 12,4% rispetto all’anno precedente.

Nel caso delle agromafie, purtroppo, non possiamo dire che siano settori in emergenza, anzi sono sempre più fiorenti e non risentono affatto di stagnazione o crisi.

Si può infatti leggere nel rapporto che esiste una «rete criminale che si incrocia perfettamente con la filiera del cibo, dalla sua produzione al trasporto, dalla distribuzione alla vendita, con tutte le caratteristiche necessarie per attirare l’interesse di organizzazioni che via via abbandonano l’abito “militare” per vestire il “doppiopetto” e il “colletto bianco”, riuscendo così a scoprire e meglio gestire i vantaggi della globalizzazione, delle nuove tecnologie, dell’economia e della finanza tanto che ormai si può parlare ragionevolmente di mafia 3.0».

Non per niente le nuove leve delle mafie sono più giovani ma più esperte, poiché le antiche “famiglie” hanno fatto studiare i propri figli e nipoti in prestigiose università affinché possano crescere persone preparate capaci di creare nuovi legami con altre mafie e poteri criminali transazionali. Ecco quindi che le attuali figure si insinuano nelle filiere dei prodotti che consumiamo, distruggendo di fatto il libero mercato e soffocando gli imprenditori onesti.

Nel solo 2018 ci sono stati 399 allarmi per la salute nel nostro Paese, secondo Coldiretti; da notare che in questo dato non state inserite le discariche abusive e le illegalità nella gestione dei rifiuti che danneggiano il nostro clima. Oltre a ciò lo scorso anno sono aumentati anche i crimini come furti di strumenti e mezzi agricoli, oppure di prodotti e infine c’è stato persino il ritorno all’abigeato (furto di bestiame) con veri e propri raid organizzati.

A tutte queste azioni, osserva sempre il Rapporto Agromafie «si aggiungono racket, usura, danneggiamento, pascolo abusivo, estorsione nelle campagne mentre nelle città, silenziosamente, i tradizionali fruttivendoli e i fiorai sono quasi completamente scomparsi, sostituiti da egiziani indiani e pakistani che controllano ormai gran parte delle rivendite sul territorio: quasi un “miracolo all’italiana” affiancato però dal dubbio che tanta efficacia organizzativa possa anche essere il prodotto di una recente vocazione mafiosa per il marketing».

Ha affermato il presidente di Coldiretti Ettore Prandini: «Le agromafie sono diventate molto più complesse e raffinate e non vanno più combattute solo a livello militare e di polizia ma vanno contrastate a tutti i livelli: dalla produzione alla distribuzione fino agli uffici dei colletti bianchi dove transitano i capitali da ripulire, garantendo al tempo stesso la sicurezza della salute dei consumatori troppo spesso messa a rischio da truffe e inganni solo per ragioni speculative». Ma ha anche aggiunto: «Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie ancora larghe della legislazione con la riforma dei reati in materia agroalimentare.”

A calcare la mano è infine Gian Maria Fara, presidente di Eurispes che sostiene come la prima necessità sia aggiornare la normativa legislativa vigente in materia agroalimentare – che è obsoleta – poiché, invece di svolgere una funzione deterrente, in pratica spinge a delinquere, dal momento che il raffronto tra rischi e benefici è sicuramente a favore di questi ultimi, poiché le irregolarità vengono punite solo con sanzioni.

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