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Maltrattamenti: difendiamo i nostri bambini, anziani e disabili

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Anziani, disabili, bambini. Sono le tre categorie più sensibili della società, quelle che avrebbero maggiore bisogno di cure e attenzioni, quelle verso le quali dovremmo indossare sempre guanti bianchi e riempire di amore.

Eppure troppo spesso non solo questo non accade, ma c’è addirittura chi sfoga tutta la propria rabbia, frustrazione, cattiveria contro di loro, provocando paura, terrore, disperazione, addirittura voglia di farla finita, che vengono celati per vergogna, timore o – nella maggior parte dei casi – per l’impossibilità della vittima di denunciare il proprio carnefice.

I casi si moltiplicano e, anche nelle ultime settimane, simili vergognosi episodi sono venuti alla luce in diverse zone d’Italia. Cambiano le località, cambiano i nomi delle vittime e quelle di chi commette simili atrocità, cambiano i tipi di violenza, ma ciò che accomuna tutti questi racconti è la crudeltà con cui vengono compiuti certi abusi e l’impotenza di chi li subisce.

A volte sono gli schiaffi o le urla rivolte a un bambino dell’asilo, altre gli strattoni e gli insulti riservate a un anziano, altre ancora le violenze fisiche e psicologiche che colpiscono un disabile. E c’è poi chi si accanisce contro di loro: una persona che dovrebbe insegnare, accudire, proteggere, e che invece si trasforma in un mostro che turba la quotidianità.

Ma cosa fare per accorgersene? Come fare per tutelare le vittime?

A mio avviso si dovrebbe introdurre l’obbligatorietà delle telecamere negli asili, nelle scuole, nelle case di cura o in qualsiasi altro luogo dove l’utenza è più fragile. Un occhio elettronico in grado di fungere innanzitutto da deterrente per chi è incline alla violenza, ma anche per tranquillizzare chi affida un proprio familiare nelle mani di un’altra persona per tante ore al giorno.

Ma prima ancora delle telecamere c’è un’altra cosa da fare: sconfiggere l’omertà di chi sa e non denuncia. Non posso credere che le urla di un insegnante all’interno di una classe non vengano sentite dal collega nell’aula di fianco, che le violenze in una casa di riposo non vengano percepite da altri assistenti.

E allora perché tacere? Per paura? Per menefreghismo? Per quieto vivere?

No. Non si può far finta di niente! Perché quel bambino potrebbe essere nostro figlio, quell’anziano nostro padre, quel disabile nostro marito.

E quindi impariamo a denunciare, anche se non è facile. E iniziamo già da domani. Perché come diceva Martin Luther King: “Prima o poi bisogna prendere una posizione che non è né sicura, né conveniente, né popolare; ma bisogna prenderla perché è giusta”.

Il direttore

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