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Marina Abramović – The Cleaner

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Una segnalazione in “zona Cesarini”: fino al 20 gennaio, salvo proroghe, è possibile visitare a Firenze, a Palazzo Strozzi, una grande mostra dedicata a Marina Abramović. Ne vale davvero la pena. Non ci rivolgiamo, naturalmente, agli esperti di arte contemporanea che certamente già da mesi avranno messo in calendario un evento di rilievo internazionale, ma al più vasto pubblico che avrà certamente sentito parlare dell’Artista serba per le sue provocatorie performance ma che non ha ancora avuto modo di conoscerne direttamente le opere. E anche a quelli che, come me, nutrono qualche pregiudizio verso un’artista ritenuta “radical chic”. Ebbene, l’esperienza fiorentina consente di superare ogni pregiudizio e di immergersi pienamente nel mondo della Abramović.

Si tratta di una ricca retrospettiva “che riunisce oltre 100 opere offrendo una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Sessanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance attraverso un gruppo di performer specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra”.

E, come in ogni retrospettiva che si rispetti, il visitatore viene accompagnato attraverso l’intero percorso di ricerca dell’Artista fin dai suoi esordi.

Negli anni Settanta le prime performance con l’utilizzo diretto del proprio corpo: Rhythm (1973-1975), Art Must Be Beautiful/Artist Must Be Beautiful(1975), The Freeing Series (Memory, Voice, Body, 1975).

Dalle metà degli anni 70 alla fine degli anni 80 le opere nate dal rapporto sentimentale e professionale con l’artista tedesco Ulay “i cui simboli sono il furgone Citroën in cui i due hanno vissuto, esposto nel cortile di Palazzo Strozzi, o celebri performance di coppia come Imponderabilia (1977), dove il pubblico era costretto a passare attraverso i corpi nudi dei due artisti come fossero gli stipiti di una porta, o The Lovers (1988) con cui segnano la fine della loro relazione incontrandosi al centro della Grande Muraglia cinese per poi lasciarsi”.

Un ulteriore capitolo della ricerca artistica della Abramović è dedicata al dramma della guerra in Bosnia e, più in generale, al rapporto con la sua famiglia e la sua terra. Straziante Balkan Baroque (1997), performance con cui vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia; intensa l’opera dedicata al padre, eroe della resistenza, The Hero del 2001; controverso, provocatorio ma di certo ricco di spunti di riflessione il ciclo Balkan Erotic Epic (2005).

Contemporaneamente, a partire dalla metà degli anni 90, la Abramović “porta avanti una ricerca sulle tematiche di meditazione e trascendenza che trovano espressione nei Transitory Objects (1995-2015): strumenti energetici per viaggi interiori, realizzati con materiali come il quarzo o l’ossidiana”.

Infine le opere dedicate al tempo, a partire da The Artist is Present (2010) in cui l’Artista, al MoMA di New York, “per più di 700 ore nell’arco di 3 mesi ha fissato muta e immobile 1675 persone che si sono avvicendate davanti a lei”, per finire con Counting the rice (2015), esperienza di estraniazione dal tempo e dal contesto.

In questi giorni la grande mostra dedicata a Marina Abramović ha superato i 145.000 spettatori. Un riscontro di pubblico dovuto all’accuratezza della retrospettiva che aiuta davvero a comprendere l’itinerario dell’artista, dalle esperienze di profonda rottura nella Jugoslavia socialista degli anni 70 fino al successo apparentemente “modaiolo” degli anni 2000. Ma ancor più importanti sono il coinvolgimento e, talora, l’emozione provocati dalla coraggiosa messa in gioco del corpo, della nudità, per comunicare la pressante esigenza di stabilire relazioni in grado di andare oltre la solitudine e il dolore; così come risulta lacerante ma ineludibile il confronto senza mediazioni e infingimenti con la terra e la cultura d’origine.

In definitiva, anche in questo caso, dopo le mostre di Ai Weiwei e Bill Viola, Palazzo Strozzi – tempio della classicità – regala ai visitatori due ore di stupore per comprendere un’altra pagina importante della ricerca artistica contemporanea.

2. Cultura e lingua romanì
1. Un popolo poco e mal conosciuto

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