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2. Cultura e lingua romanì

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I numerosi tentativi di categorizzare l’identità culturale romanì, spesso portati avanti da studiosi e ricercatori esterni al mondo rom, hanno condotto alla percezione di un’esistenza della cultura romanì. Nella realtà essa esiste ed è viva, è sopravvissuta a persecuzioni e negazioni nel corso della storia. Basti pensare che tutte le comunità romanès definiscono la loro lingua come “lingua romanì” o “romanès” o “romanò”. È parlata in tutto il mondo ed è lo specchio fedele della storia e della cultura romanì. Solo nella seconda metà del secolo XVIII, però, studi antropologici, sociologici e linguistici sono riusciti ad accertare che la popolazione romanì non parlava un dialetto, ma una vera e propria lingua.

Per cogliere i tratti salienti dell’identità culturale romanì, è necessario comprendere come si è sviluppata la trasmissione della cultura tra le generazioni e con l’esterno. La popolazione romanì, infatti, ha portato avanti la propria identità attraverso il passaggio di informazioni da generazione a generazione, una modalità efficace nel conservare il patrimonio e fornire risposte ai bisogni della quotidianità ma troppo rigida in una società in cui il cambiamento è veloce e richiede flessibilità. Nei confronti con l’esterno, invece, lo scambio con i rom non è stato interculturale per un compromesso per la sopravvivenza. La frequente condizione di marginalità, infatti, ha portato le comunità romanès a ziganizzare gli elementi di altre culture, ovvero a rielaborarli secondo la propria identità senza acquisirne la spinta evolutiva, e, parallelamente, ad attivare una resistenza etnico-culturale di chiusura verso l’altro. Alla base di questo atteggiamento, ci sono le ferite culturali del passato (emarginazioni, bandi, espulsioni, ecc.) che hanno generato un acuito sentimento di difesa verso la propria identità culturale e di ostracismo verso qualsiasi intervento esterno.

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