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Natale magico? Questione di punti di vista

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Natale. Festa religiosa, festa laica, festa della famiglia, festa di tutti. Alberi addobbati, presepi di statuine e presepi viventi. Regali, luminarie, banchetti. Occasione di gioia e spensieratezza, ma anche momento di raccoglimento e di riflessione. Quest’anno vogliamo proporre ai nostri lettori un gioco semiserio. Abbiamo chiesto a due nostri collaboratori di esprimere in 20 righe i loro sentimenti verso il Natale. In altri termini, cosa ci affascina e cosa non sopportiamo delle festività natalizie. Ecco a voi le loro riflessioni. Buona lettura e, ancor più, Buon Natale!

 

“Del Natale mi piace, in primo luogo, il suo significato più profondo. Quello religioso e quello laico. Il Natale ha a che fare con la nascita, con il venire alla luce. La nascita è il prodotto della fertilità. La fertilità, a sua volta, ha a che vedere con un incontro, con una relazione capace di generare. Per questo il Natale porta con sé felicità, perché una relazione d’amore genera una nuova stagione.

Per i credenti nasce il figlio dell’Uomo, Gesù. La narrazione di questo evento è davvero straordinaria, perché stravolge le aspettative. Il Figlio di Dio dovrebbe essere potente, trionfante, un Principe. Invece, come ci ricorda Enzo Bianchi, “non solo nasce come tutti gli umani, nella fragilità e nella debolezza, ma nasce come figlio sconosciuto, fuori della sua terra, nella povertà di una stalla della campagna di Betlemme (…) questo bambino appare debole, figlio di migranti, nato in incognito, senza che vi sia per lui un luogo degno, una casa!”.

Ma anche l’origine laica della festa lascia senza parole. Il solstizio d’inverno, la nascita del nuovo sole dopo la notte più lunga dell’anno, l’annuncio di una nuova stagione, l’affrancamento dalle tenebre, la speranza di giorni migliori, fecondi, ricchi di frutti abbondanti.

Il Natale è la festa della felicità, della felicità condivisa, vissuta insieme. Nella tradizione cristiana come in quella laica. È l’occasione per ritrovarsi, in famiglia e con gli amici, per raccontarsi le storie vissute e progettare il futuro, per scambiarsi doni e gesti d’attenzione, per dedicarsi tempo, fermando per un momento il ritmo incalzante del lavoro. Ma, come in tutte le festività, se manca la dimensione collettiva, se si è costretti o se si sceglie la solitudine, prevalgono la tristezza e la melanconia. Un Natale, vissuto bene, è “felicità pubblica”. C’è una condizione indispensabile perché la magia possa realizzarsi: la festa va vissuta con sobrietà e non può mancare qualche autentico momento di silenzio e di riflessione”.

Valerio Cavallucci

 

“Se nel tempo fossimo stati in grado di preservare il vero senso del Natale, quello più mistico e profondo, io lo amerei con passione. Tuttavia, la realtà è che Gesù Cristo è stato licenziato da tanto dalla lista delle nostre priorità in favore di concetti che più che profani appaiono ridicoli e superficiali.

Così la Natività dell’Uomo si è trasformata nella festa dell’uomo, col suo banchettare per tutto il 25 dicembre ipocrisie, pasti che neanche per un esercito, tombole e giochi per cui c’è ancora qualcuno che bisticcia.

Lo scellerato consumismo è quel che disturba di più in relazione al vero senso della festa: la corsa ai regali ha in sé quel quid di febbrile, un germe obeso di obbligatorietà – di inevitabilità – che trasforma le persone in formiche impazzite nel loro frenetico brulicare da un negozio all’altro. Sicché, passeggiando per le vie del centro della città, ti domandi il senso di tutte quelle luci, addobbi di dubbio gusto, fantocci di Babbo Natale impiccati ai balconi. Sprechi, nient’altro che sprechi.

Ma il Natale pare essere per sua stessa definizione la festa da trascorrere, senza scappatoie, in famiglia. C’è chi ne è entusiasta ma, di contro, esiste gente che vorrebbe fuggire lontano. Perché capita di trascorrere il tempo con  parenti che fatalmente si rincontreranno solo il successivo 25 dicembre oppure a qualche matrimonio o funerale; visi stanchi, contratti da sorrisi forzati molto simili a paresi facciali. E poi il rito dei regali: non è infrequente che ti torni indietro il regalo che avevi fatto qualche anno prima, che tu debba fingere entusiasmo per un osceno maglione verde bandiera. Il pranzo è forse la tortura peggiore, con portate e portate di cibo che bisogna assolutamente assaggiare, per arrivare al pomeriggio con i muscoli atrofizzati, lo stomaco che medita vendette di ogni tipo e una stanchezza indicibile. Tutto per aver partecipato a una festa che invece avrebbe dovuto essere una commemorazione per la nascita di Gesù Cristo – il figlio di Dio fatto Uomo – e celebrare la redenzione, la speranza, la salvezza dell’umanità”.

Milena Pennese

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