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Clima: ecco come ci stiamo distruggendo da soli

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Come sarò e cosa farò fra 20 anni? Quante volte si sarete posti queste domande. L’ho fatto anche io, più e più volte. Madre? Sposata? Sola? Soddisfatta? Felice? Viva?

Sì, non nascondo che in qualche occasione mi sono anche chiesta se ci sarei stata ancora su questa Terra fra 20 anni. Ma mai, e ribadisco mai, mi sono posta il problema che forse sarebbe stata la Terra a non esserci più. O meglio a non essere più ospitale per gli esseri umani.

Eppure è proprio questo il grido d’allarme che è arrivato nei giorni scorsi da Walter Ricciardi, il presidente dell’Istituto superiore di Sanità, durante il primo Simposio Internazionale Health and Climate Change svoltosi a Roma. Un invito all’azione, quello lanciato dal presidente alla vigilia della Conferenza internazionale sul clima Cop24 attualmente in fase di svolgimento a Katowice (Polonia), che per molti è suonato però come una tremenda profezia: ci restano appena due generazioni per salvare il mondo!

Ma cosa ha detto di preciso Ricciardi? Il presidente dell’Iss si è limitato a dare i numeri di un fenomeno drammatico che coinvolge tutti noi. “Si corre il serio rischio che i nostri nipoti non possano più stare all’aria aperta per gran parte dell’anno a causa dell’aumento delle temperature: il pericolo concreto è che le ondate di calore, che nel 2003 hanno fatto 70mila morti, possano passare da periodi limitati dell’anno a oltre 200 giorni l’anno in alcune parti del mondo”. E ancora che “i danni sulla salute dai cambiamenti climatici non sono visibili all’istante ma sono devastanti. Si tratta, in un certo senso, di un Olocausto a fuoco lento”. Già attualmente, ha rilevato poi Ricciardi, “l’Organizzazione mondiale della Sanità parla di 7 milioni di morti legate ai cambiamenti climatici e in Italia ben il 12% dei ricoveri pediatrici in ospedale sono connessi all’inquinamento”.

A rincarare la dose di Ricciardi, in apertura della Cop24, sono stati anche Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni unite, che ha parlato di “questione di vita o di morte”, e il viceministro dell’ambiente polacco, Michal Kurtyka, che ha sottolineato come “Non c’è un piano B”.

L’invito a prendere delle decisioni rapide, in occasione della Cop24, è ai leader mondiali che non solo possono, ma a questo punto devono, intervenire prima che sia troppo tardi, anche alla luce degli obiettivi fissati nella Cop21 che non sembrano però andare di pari passo con il surriscaldamento globale. Con l’accordo di Parigi nel 2015, infatti, il mondo si è impegnato a limitare l’aumento della temperatura a +2 gradi rispetto all’era preindustriale, ma ora la sfida necessaria è quella di limitarlo a +1,5 gradi. Sarebbe necessario, per rimanere sotto tale soglia, che le emissioni di Co2 fossero ridotte di quasi il 50% entro il 2030 rispetto al 2010. Percentuale che deve salire al 100% entro il 2050, secondo il Giec (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico formato nel 1988 da due organismi delle Nazioni Unite, l’Organizzazione meteorologica mondiale e il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente allo scopo di studiare il riscaldamento globale).

Il problema restano però alcuni Paesi che contribuiscono in maniera fondamentale a questa caduta vertiginosa verso il baratro, dal momento che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ribadito il suo rifiuto e il futuro presidente brasiliano Jair Bolsonaro, ha evocato un’uscita del suo Paese anche dal patto climatico.

Ma tutti questi dati, queste cifre, questi discorsi complessi cosa significano? Per capirlo meglio forse basta aggiungere due sole considerazioni. La prima è che, stando a un recente rapporto del Wwf – che ha analizzato una serie di dati relativi a migliaia di specie animali, dal 1970 al 2014 – è emerso un declino globale del 60% nelle popolazioni di vertebrati. Ciò significa, quindi, che in poco più di 40 anni ne abbiamo persi più della metà.

Se questo non fosse ancora sufficiente, e se la sorte degli orsi polari o della lunga lista delle specie a rischio di estinzione non risultasse già abbastanza d’impatto, dobbiamo renderci conto che, con il nostro comportamento quotidiano, stiamo inserendo noi stessi nell’elenco delle specie a rischio di estinzione. E continuando di questo passo, quando non ci saremo più, probabilmente la Terra ci ringrazierà di averla lasciata finalmente in pace.

Il direttore

 

Vignetta di copertina: Freccia.

 

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