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Violenza sulle donne: noi ne parliamo a scoppio ritardato

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Questa settimana voglio parlare di violenza sulle donne. E’ passata da qualche giorno la Giornata dedicata a questo odioso fenomeno e nelle ultime settimane è stato scritto e detto di tutto. Perché parlarne a scoppio ritardo allora? E per aggiungere che cosa?

La scelta di affrontare questo argomento e di “arrivare dopo gli spari” è nata qualche giorno fa quando ho ascoltato le parole della madre di Jennifer Sterlecchini, una 26enne pescarese uccisa due anni fa dall’ex convivente con 17 coltellate. Partecipando a un dibattito promosso in una scuola cittadina, la donna ha spiegato quanto sia difficile ogni volta, per lei e per l’altro suo figlio, parlare di quel drammatico giorno. “E’ lei che ci dà la forza e il coraggio per provare a contrastare questo dramma, per sensibilizzare. Ma non se ne dovrebbe parlare solo ogni, ma tutti i giorni”, ha detto commossa.

Quante volte abbiamo sentito questa frase: “se ne dovrebbe parlare tutti i giorni”. Sembrano quasi parole retoriche, ma non se pronunciate da una madre che ha visto la propria “bambina” perdere la vita in una maniera così atroce proprio per mano dell’uomo che aveva amato. Eppure purtroppo accade proprio questo: arriva il 25 novembre e tutti si affrettano a organizzare eventi, convegni, dibattiti. I salotti televisivi si riempiono di familiari di vittime, gli opinionisti animano con i propri pensieri indignati le pagine dei giornali, i social pullulano di frasi e foto per sensibilizzare al rispetto delle donne. Poi arriva il 26 novembre e ognuno torna alla sua vita dimenticando, o almeno archiviando fino all’anno successivo, tutte le belle parole contro la violenza sulle donne e i buoni propositi di parlarne ogni giorno. Mentre ai familiari delle vittime resta solo il vuoto e la disperazione.

Ma c’è di più. Come al solito, al “buonismo di facciata” che sfoderiamo ad ogni ricorrenza – e non parlo in questo caso solo di violenza di genere – non solo fa seguito il silenzio, ma anche l’incoerenza più totale. Un caso su tutti: quello di Silvia Romano, la giovane cooperante rapita nei giorni scorsi in Kenya. Quanti “se l’è cercata” ho sentito e letto in questi giorni, per non parlare di allusioni di pessimo gusto che non sto qui a riferire. Spesso – per giunta – pronunciati proprio da chi negli stessi giorni chiedeva di “aiutarli a casa loro” o condannava a gran voce la violenza sulle donne.

E questo, come già detto, è solo uno dei tanti casi che potrei riferire. A tal proposito vorrei chiudere questa riflessione con un filmato che in questi giorni sta circolando sul web e che forse, più di ogni altra parola, consente di vedere le cose in un’altra prospettiva. Buona visione!

Il direttore

 

 

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