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Inceneritori e termovalorizzatori: un Paese diviso tra efficienza e malaffare

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Sentiamo da molto parlare di emergenza rifiuti e sembra sia impossibile venire a capo di questa situazione. In particolare negli ultimi tempi si è accesa la discussione sugli impianti di smaltimento come inceneritori e termovalorizzatori, ma spesso accade che non ci sia chiarezza di distinzione tra questi due tipi di impianti.

Dunque, cerchiamo di capire che cosa sono e a che servono, pregi, difetti e caratteristiche che li distinguono.

Gli inceneritori sono impianti per lo smaltimento dei rifiuti che prevedono la distruzione degli stessi tramite un processo di incenerimento con successivo smaltimento delle ceneri e forti emissioni di CO2 senza avere alcun ciclo di recupero. I rifiuti conferiti a questi impianti devono essere organizzati in base a norme europee che prevedono l’esclusione della combustione di materie che, bruciando, possano liberare fumi e scorie tossiche.

I termovalorizzatori, invece, bruciando i rifiuti a una temperatura superiore agli 850 gradi per evitare la formazione di diossine, hanno radiatori che – sfruttando il calore – portano l’acqua contenuta a ebollizione, azionando con il suo vapore turbine che a loro volta producono energia. Addirittura gli impianti più moderni distribuiscono anche acqua calda per i termosifoni delle case.

Per legge devono venire monitorati i fumi di combustione prodotti da entrambi i tipi di impianto e va detto anche che i termovalorizzatori non sono completamente esenti da emissione di CO2, però hanno fino a quattro livelli di filtraggio per i fumi e sistemi di trattamento e riciclo delle ceneri molto avanzati. Prodotti con questa tecnologia avanzata, hanno costi superiori ai normali inceneritori e anche per questo motivo non sempre possono venire scelti dalle diverse amministrazioni locali.

Fatta questa dovuta distinzione, scopriamo che un termovalorizzatore per essere sfruttato adeguatamente deve essere inserito in un contesto con una forte densità abitativa e un tessuto di fabbriche e industrie che possano produrre quindi una grossa quantità di rifiuti e soprattutto una raccolta rigorosamente differenziata degli stessi, in modo da poterli trasformare in “ecoballe“, le sole a poter venire inserite nell’impianto per la distruzione. Questo è un altro dei motivi per cui i termovalorizzatori sono dislocati in quantità molto diverse tra Nord e Centro Sud Italia; infatti, dei circa 45 presenti nel nostro Paese secondo le stime dell’Ispra  (oltre 50 se si contano anche quelli inattivi), ben 28 sono dislocati al Nord tra cui il più grande è quello di Brescia che tratta circa 900.000 tonnellate di rifiuti l’anno. Ne esistono poi 9 nel Centro Italia (di cui 5 a Firenze) e 8 al Sud, di cui il più grande si trova ad Acerra, in provincia di Napoli. Tuttavia, pur avendo dimensioni efficienti, quest’ultimo risulta sovradimensionato come termovalorizzatore, a causa della dispersione dei rifiuti che non possono essere conferiti in ecoballe.

Tra l’altro, il fatto che la maggioranza degli impianti sia al Nord ha non poche conseguenze. Emblematico (ma non isolato) è lo studio fatto sulla Campania, dove l’ultimo dato disponibile risale al 2016 e ha rivelato che quest’ultima ha inviato al Nord circa 260.000 tonnellate di rifiuti urbani di cui necessitano le aziende proprietarie dei termovalorizzatori situate proprio nel Nord del Paese. Ha inoltre esportato all’estero altre 100.000 tonnellate circa di rifiuti vari e, poiché il mercato paga 200 euro a tonnellata per questi rifiuti, si può evincere che questo “affare” vale circa 70 milioni di euro l’anno. Denari spesso gestiti da mafie e malaffare che fanno speculazioni incredibili con i viaggi dei rifiuti su e giù per la Penisola.

Non è possibile però dimenticare che troppo spesso il Nord ha a sua volta permesso e addirittura promosso una gestione poco chiara dei propri rifiuti, come aveva denunciato per esempio Legambiente alcuni anni fa definendo il traffico dei rifiuti con il nome Ecocidio. Le rotte dei rifiuti da Nord a Sud sono state oggetto di molte inchieste, denunce e ordinanze di custodia cautelare con oltre 400 aziende coinvolte. I rifiuti sono stati trasportati nella Terra dei Fuochi – su cui si punta spesso il dito perché i rifiuti non vengono gestiti in modo adeguato – soprattutto da imprenditori del Nord collusi con la criminalità organizzata. Si trattava soprattutto di scorie di alluminio, polveri di abbattimento dei fiumi, liquidi contaminati da metalli pesanti e addirittura terre inquinate provenienti da attività di bonifica, amianto e veleni petrolchimici di difficile e costoso smaltimento.

Poi una successiva sorte beffarda – o meglio un tentativo di deviare le indagini e creare denaro – ha invertito la rotta del traffico di rifiuti dal Sud verso il Nord, dove sono stati bruciati rifiuti all’aperto in modo illecito o seppellendoli senza alcun rispetto di falde acquifere o simili, tanto è vero che solo lo scorso anno la Procura di Brescia ha indagato a vario titolo diversi imprenditori del Nord.

Non è affatto vero, insomma, l’assioma di un Nord virtuoso e un Sud criminale, è vero invece che i rifiuti possono diventare (e lo sono diventati) un affare illecito. D’altro canto è doveroso aggiungere che le Amministrazioni locali spesso non dispongono di fondi sufficienti a costruire e mantenere in efficienza un termovalorizzatore che, come è logico comprendere, costa molto di più di un inceneritore ma rende di più ed è meno inquinante.

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