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Adozioni lente o assurde: quanto amore sprecato!

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Quali sono le due parole più dolci e più belle da pronunciare? Ti amo? Niente affatto! Io ritengo siano “mamma” e “papà”.

Sono parole che durano una vita, che racchiudono amore, comprensione, sostegno, radici, futuro, appartenenza. Ma a molti bambini (e successivamente adulti) queste parole, ma soprattutto queste figure, vengono purtroppo negate. Mi riferisco a tutti i bambini che, per le ragioni più disparate, si trovano costretti ad affrontare l’assenza dei genitori biologici e la speranza di una famiglia pronta a prendersi cura di loro. Per alcuni di loro il percorso è più rapido e immediato e l’abbraccio caldo e rassicurante dei genitori adottivi arriva dopo pochi giorni o mesi dalla nascita o dall’abbandono. Per altri invece, quel calore arriva solo dopo anni di istituti e di solitudine, e per altri ancora non arriva affatto.

E’ il rischio che ha corso Alba, una bambina affetta da Sindrome di Down abbandonata dai suoi genitori e rifiutata da una decina di potenziali famiglie adottive “per colpa” della sua disabilità. Non mi permetto di giudicare il rifiuto da parte di questi genitori: crescere un figlio non proprio è già una grande responsabilità, quindi posso comprendere (e non dico condividere) la paura di prendersi cura di un bambino con problemi fisici o mentali, ma soprattutto l’angoscia di non essere all’altezza.

Dubbi e paure che non hanno prevalso nella testa e nel cuore di Luca Trapanese, un 40enne single di Napoli, che ha deciso di spalancare le sue braccia e le porte della propria casa ad Alba, adottandola e formando con lei una piccola grande famiglia.

Pur essendo un uomo single, infatti, Trapanese è riuscito ad adottare la piccola proprio a causa della sua disabilità e della difficoltà di trovarle una famiglia. Se è vero che in Italia solo le coppie composte da un uomo e una donna possono adottare, è altrettanto vero che quando un minore ha gravi problemi o disabilità anche un single può richiedere la sua adozione. Ed è quanto ha fatto Luca che prima si è iscritto all’apposito registro “barrando tutte le crocette”, quindi dichiarando la sua disponibilità a prendersi cura di un bambino con qualsiasi tipo di disabilità, e poi è passato dalle parole ai fatti dicendo sì alla possibilità di accogliere in casa la piccola Alba.

Una storia bellissima, a lieto fine, che però lascia molti interrogativi nella mia testa. Il primo è senza dubbio questo: perché se una persona single è in grado di accudire un bambino disabile, non può invece prendersi cura di un piccolo che non ha nessun tipo di difficoltà? Il suo amore, la sua voglia di diventare padre o madre, ha forse bisogno di essere messa alla prova come se fosse una sfida? Oppure, peggio ancora, i bambini disabili e i genitori single vengono trattati come persone di serie B e dunque per questa ragione possono creare una famiglia dal momento che “non li vuole nessuno”?

Le mie parole possono sembrare troppo dure, ma la provocazione è voluta perché la rabbia è tanta. Così come la mia rabbia cresce spontanea davanti ai milioni di bambini che nascono, crescono, “invecchiano” dentro agli istituti, mentre potenziali genitori attendono con ansia che la loro casa si riempia di gioia, per colpa della burocrazia. Per esperienza personale posso dire che c’è chi attende anche dieci anni prima di coronare il suo sogno. E non perché non ci siano bambini da adottare, al contrario.

Sapete quanti sono dieci anni? In dieci anni un bambino appena nato impara a mangiare, a camminare, a leggere e scrivere, a vestirsi da solo, fa amicizie e si innamora anche. Quanti momenti di condivisione persi, quanti sorrisi mancati, quanti pianti non consolati, quanto amore sprecato!

Il direttore

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