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Che “palle” questi della SVIMEZ!

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Che noia! Che rabbia! E sì, leggere il Rapporto Svimez 2018 provoca noia e rabbia. La prima perché siamo costretti a ripetere, con qualche lieve variazione, dati e problematiche già ricordati mille volte. La seconda perché il Paese balla allegramente sull’orlo del precipizio. E tutto questo sembra non interessare nessuno. Anzi, quasi tutti i commenti giornalistici non si soffermano neppure sulle drammatiche valutazioni del Rapporto, che prefigura una prospettiva di ulteriore peggioramento. No, preferiscono focalizzare l’attenzione sui presenti riflessi della manovra governativa sul Mezzogiorno. Meglio l’attualità politica, quindi, che la stanca ripetizione di tendenze economiche e sociali che dovremmo già conoscere da tempo.

Ma noi non vogliamo sottrarci a un breve riepilogo delle principali informazioni contenute nel nuovo Rapporto. Nel 2018 la crescita del PIL in Italia dovrebbe essere dell’1,2%: 1,3% nel Centro-Nord e 0,8% nel Mezzogiorno. Gli investimenti crescono del 3,8 nel Sud e del 6,2% nel Centro-Nord. I consumi nel Mezzogiorno aumentano dello 0,5%, nel Centro Nord dello 0,8%. L’export meridionale sale dell’1,6%, quello del Centro Nord del 3%. In una battuta, si allarga ulteriormente la forbice tra Centro-Nord e Mezzogiorno.

Ci si aspetterebbe un intervento pubblico deciso, in grado di contrastare questa preoccupante tendenza. Invece la spesa pubblica nel periodo 2008-2017 diminuisce del 7,1% nel Mezzogiorno, mentre cresce dello 0,5% nel resto del Paese. “Negli anni più recenti gli investimenti infrastrutturali nel Mezzogiorno, risultano pari a meno di un quinto del totale nazionale, negli anni ‘70 erano quasi la metà”. Ovviamente la spesa dei Fondi Comunitari è in nettissimo ritardo (in alcune regioni al limite del disimpegno), per non parlare di quella del Fondo Sviluppo e Coesione 2014/2020: 32 miliardi le disponibilità, gli impegni meno di 1,7 miliardi, i pagamenti circa 320 milioni, cioè a dire l’1% a tre anni dall’avvio del periodo di competenza.

Forse è anche il caso di dire con crudezza che al Sud si vive male. Basso il grado di soddisfazione dei cittadini per l’assistenza medico ospedaliera (27% contro il 44,6% del Centro Nord), alta la pressione fiscale a causa delle addizionali locali, carenti tutti i diritti fondamentali di cittadinanza: vivibilità dell’ambiente locale, sicurezza, standard di istruzione, idoneità di servizi sanitari e cura per la persona adulta e per l’infanzia. Molto elevato il tasso di abbandono scolastico (18,4% contro 11,1%) e specularmente basso il tasso di occupazione di diplomati e laureati. A tre anni dalla laurea hanno trovato lavoro, secondo la SVIMEZ, appena 70 mila giovani su 160 mila (43,8%), contro i 220 mila su 302 mila (72,8%) del Centro Nord. Ecco spiegato perché oltre il 25% dei giovani meridionali studia in Atenei del Centro Nord.

Non cambia la musica per quanto riguarda gli occupati. Il Centro Nord ha recuperato integralmente il livello di occupazione del 2008, il Mezzogiorno è ancora 2 punti sotto. Udite bene: il tasso di occupazione nel Centro Nord è al 65,9%, nel Sud al 44,3%. E non è tutto. Meno tempo pieno e più part time involontario e, soprattutto, tanti contratti a termine in più, con un’incidenza elevatissima della popolazione lavorativa adulta.

Per chiudere qualche dato sul disagio sociale. “I poveri assoluti sono saliti nel 2017 poco sopra i 5 milioni, di cui quasi 2,4 milioni nel solo Mezzogiorno (8,4% e 11,4% dell’intera popolazione rispettivamente)” mentre l’incidenza della povertà relativa risulta più che tripla rispetto al resto del Paese (28,2% a fronte dell’8,9%). Del resto al Sud il reddito pro-capite è pari al 56% di quello del Centro Nord.

Può bastare per avviare una riflessione seria? Pare proprio di no, se per contrastare questa tragedia ci si affida alla “clausola del 34%” e al reddito di cittadinanza. Sia ben chiaro, nulla in contrario, ma non è questo il cuore del problema. Come dimostrano i fondi comunitari e il Fondo Sviluppo e Coesione, si possono anche avere a disposizione ingenti risorse ma se non si dispone della capacità amministrativa e organizzativa per spendere con efficienza ed efficacia non si verrà a capo di nulla. E siamo proprio curiosi di vedere come si potrà mettere in funzione la complessa macchina del reddito di cittadinanza con i Centri per l’Impiego più disastrati del Paese. E, per cortesia, non dite che saranno riformati in tre mesi…

Invece nulla sul fronte del rinnovamento della Pubblica Amministrazione meridionale (quella del Centro Nord tutto sommato funziona); nulla per le Università, quelle meridionali in particolare; nulla per la ricerca; nessun piano straordinario per l’occupazione, per le infrastrutture, per la tutela del suolo e la prevenzione dei rischi, per il contrasto ai cambiamenti climatici.

Se così è, non c’è da aspettare nulla di buono per il Sud. Resta solo da attendere il declino demografico, l’invecchiamento della popolazione, la desertificazione produttiva, il dissesto idrogeologico e via discorrendo. Profeti di sventure? Non credo, solo un linguaggio più crudo per raccontare quanto già ampiamente contenuto nei Rapporti Svimez degli ultimi anni.

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