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Elezioni di midterm in Usa il 6 novembre

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Negli Stati Uniti d’America si terranno il 6 novembre le “midterm elections“, vale a dire le elezioni di metà mandato.

A queste elezioni non si vota per la Casa Bianca, poiché il mandato del presidente dura quattro anni e Donald Trump è stato eletto solo due anni fa. Si voterà invece per rinnovare parzialmente il Congresso, per l’elezione di diversi governatori e anche per alcuni referendum. Insomma, le midterm sono di fatto vere e proprie elezioni legislative e si tengono ogni due anni, mentre ogni quattro combaciano con l’elezione del presidente, ma restano completamente slegate dal voto presidenziale.

Tuttavia le midterm sono spesso considerate come un vero e proprio referendum sul presidente e quest’anno più che mai. Infatti, dal momento che si voterà per eleggere tutti i 435 membri della Camera dei Rappresentanti (la cui carica dura due anni) e 35 membri su 100 del Senato, gli equilibri attuali (entrambe le Camere sono controllate dal Partito Repubblicano) potrebbero radicalmente cambiare.

Da sempre le elezioni di midterm sono un momento delicato per chi governa, poiché rappresentano un vero e proprio termometro del “sentiment” del Paese, dopo che gli entusiasmi per l’elezione del presidente sono finiti ed è possibile iniziare a tirare le somme su quanto ha già fatto l’amministrazione eletta.

In realtà, dall’inizio del Novecento ad oggi, solo tre presidenti hanno incrementato i voti del partito da loro rappresentato: Franklin Delano Roosevelt nel 1934 quando stava portando avanti il grande “New Deal”, Bill Clinton durante il secondo mandato contraddistinto da una forte ripresa economica e George W.Bush nel 2002 – un anno dopo gli attentati alle Torri Gemelle – quando la sua popolarità era altissima. In tutte le altre elezioni di metà mandato, il partito che in quel momento governava la Casa Bianca ha sempre perso seggi almeno in una Camera.

Tutto fa supporre che anche questa volta sarà così e probabilmente il Partito Democratico guadagnerà seggi, ma sarà da vedere se saranno sufficienti a togliere la maggioranza ai Repubblicani.

A due anni dall’inizio del suo mandato, diverse delle cose promesse da Donald Trump in campagna elettorale sono state disattese (e sottolineiamo che in alcuni casi è una vera fortuna): il muro al confine con il Messico non solo non c’è, ma non è nemmeno iniziata la progettazione né è stato stanziato un centesimo per la costruzione; il programma di investimenti sulle infrastrutture pare un vago ricordo, poiché non è nemmeno stato presentato all’esame del Congresso. Non solo, ma la riforma della Nato non è stata effettuata; l’espulsione di tutti gli immigrati irregolari non c’è stata e infine la Cina non è stata denunciata per manipolazioni della sua valuta.

Al contrario, però, molti altri impegni assunti da Trump sono purtroppo stati mantenuti. Per esempio alla fine dello scorso anno sono stati introdotti decisivi tagli alle tasse delle imprese e degli americani più ricchi; gli Usa sono usciti dall’accordo di Parigi (Cop21) e da quello sul nucleare iraniano; l’accordo commerciale NAFTA con Messico e Canada è stato rinegoziato, mentre il TPP è stato praticamente stracciato; il divieto di ingresso nel Paese ai musulmani è stato trasformato in “travel ban” cioè in divieto per i cittadini di sei Paesi a maggioranza musulmana – ne avevamo parlato qui. Parti dell’accordo che ricucivano le relazioni con Cuba sono state cancellate e lo stesso è accaduto con parti fondamentali della riforma sanitaria fatta approvare da Obama. Inoltre, come è noto, sono stati introdotti dazi pesanti e incisivi su prodotti importati dalla Cina e altri dazi minori dall’Europa e da altri Stati. Nessuno dimentichi poi la decisione di Donald Trump di separare i bimbi migranti dai loro genitori, cosa su cui si è opposta persino sua moglie, la First Lady. Oppure ancora la deregolamentazione finanziaria, il taglio ai finanziamenti alle Ong che praticano aborti o l’aumento dei controlli e dei veti per ottenere il visto allo scopo di entrare negli Usa.

Pare che al momento solo il 42% degli americani sia soddisfatto dell’amministrazione in carica che è un dato molto basso, ma è comunque in ripresa rispetto a qualche mese fa: l’aumento è dovuto all’ottimo andamento dell’economia americana e alla discesa del tasso di disoccupazione. Va però anche rilevato come si stiano sempre più elevando voci di dissenso tra la popolazione ma anche tra le teste pensanti più influenti, tanto è vero che molti dei parlamentari e degli elettori del Partito Democratico pensano che Donald Trump vada rimosso dalla carica tramite impeachment, anche se attualmente i numeri non ci sono. Ma c’è persino di più: addirittura oltre 40 deputati repubblicani hanno rinunciato a ricandidarsi, con ogni probabilità per non bruciare la propria carriera politica con una sconfitta.

Vedremo insomma dopo il 6 novembre se cambierà davvero il vento negli Usa e fino a quanto potrà cambiare la politica di “American first” di Donald Trump – che pare scellerata quanto inconcludente e pericolosa – o la politica ambientale che disprezza i cambiamenti climatici e incentiva addirittura fonti fossili per l’energia, a scapito della salute di tutti i cittadini del mondo.

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