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Infanzia e povertà: riflessioni e impegno per la dignità delle persone e della città

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Oggi ci sentiamo in dovere di proporvi una riflessione di proprietà intellettuale del “Movimento 22 dicembre”, apparsa sulla pagina Facebook del gruppo. Si tratta di una disamina molto ben articolata, assai ben documentata e che, sopra ogni altra cosa, genera riflessioni importanti su alcune delle tematiche sociali più sensibili riguardanti il nostro Paese.

Abbiamo scelto di riportare l’articolo per intero perché estremamente denso, significativo in ogni sua parte e, certamente, meritevole di attenzione da parte di tutta la comunità.

LA COSTITUZIONE DISATTESA L’articolo 1 della Costituzione Italiana dice che la nostra repubblica democratica è fondata sul lavoro. Ad una lettura densa, questo articolo parla anche dei bambini, il cui lavoro è andare a scuola, imparare, scoprire, giocare, relazionarsi con gli altri e col mondo, crescere nel corpo e nella mente. Purtroppo non sempre e non per tutti è così. In Italia, infatti, lo sfruttamento minorile, sebbene esplicitamente vietato dalla legge 977 del 17 ottobre 1967, è presente in maniera considerevole: nel 2001 l’ISTAT stimava che i lavoratori tra i 7 e 14 anni fossero circa 140.000, mentre nel 2015 Save the Children e le Nazioni Unite calcolavano 340.000 casi di lavoro minorile, di cui 28.000 coinvolti in attività pericolose, di notte e senza riposo.

Parzialmente legato a questa situazione, anche se non completamente sovrapponibile, è il fenomeno della dispersione scolastica. Secondo il piano “Europa 2020”, ogni Paese dell’Unione Europea dovrebbe avere un indice di abbandono della scuola al di sotto del 10%, ma in Italia ci sono regioni in cui questa percentuale è incredibilmente elevata, come in Sardegna (33%) e in Campania (29,2%); e anche il dato più basso (Umbria: 16,1%) è comunque molto superiore agli obiettivi. Si tratta di un fatto particolarmente visibile nella scuola superiore, mentre è più difficile riscontrarlo alle scuole primaria e secondaria, che sono “dell’obbligo”. Eppure, se osserviamo i dati dell’asilo, c’è da restare increduli sulla situazione italiana: nel nostro Paese quasi nove bambini su dieci (87%) non vanno all’asilo nido o non frequentano servizi per la prima infanzia. I casi più eclatanti sono in Calabria e Campania, dove solo l’1,2% e il 2,6% può accedere a questi servizi, ma anche dove l’offerta è migliore la percentuale non va oltre il 25,6%, come in Emilia Romagna. Tutto ciò si chiama “povertà educativa” e, come rivela Save the Children, è strettamente legata alla povertà delle famiglie, oltre che alla mancanza di infrastrutture dedicate.

LA POVERTÀ E LA MARGINALITÀ Non si va a scuola, quindi, per due ragioni principali: perché la famiglia non può permetterselo e perché lavorare è un modo per integrare le magre finanze casalinghe. Questo è drammaticamente eloquente con le famiglie in condizioni di estrema indigenza, quelle che sopravvivono grazie agli scarti e all’elemosina: vediamo genitori con bambini all’ingresso delle stazioni ferroviarie, mamme che allattano sui marciapiedi, padri che tendono la mano mentre hanno in braccio un bambino. Tutto questo esiste oggi, in Italia, specie in alcune località molto frequentate, come le grandi città e le destinazioni turistiche come Sorrento, soprattutto d’estate: la nostra città, proprio per il suo benessere e la sua attrattiva è il luogo in cui chi tira avanti grazie alla carità può ovviamente raccogliere di più, ossia dove c’è passeggio e dove ci sono turisti. Le tecniche di persuasione possono essere le più varie, talvolta anche la pietà, mostrando menomazioni o, appunto, bambini. Fa male vedere situazioni del genere in cui dei piccoli restano accucciati per ore tra le braccia di signore sedute sul marciapiedi, ma fa ancora più male vedere la brutalità della miseria e l’ingiustizia della nostra società, la quale si pretende civile e solidale, mentre invece produce abbandono ed emarginazione, spinge ai confini della collettività chi non è al passo, chi non regge il ritmo.

È innegabile che molto spesso si tratta di persone di etnia Rom, con cittadinanza italiana o meno. Naturalmente, non tutti i Rom sono poveri, ma i Rom poveri sono maggiormente visibili, per cui diventano facilmente oggetto di invettive e anatemi, in piazza e sui social. I Rom poveri e molto poveri sono quelli di cui facciamo più facilmente esperienza: suonano nei treni, chiedono l’elemosina davanti alle chiese, lavano i vetri delle auto ferme ai semafori. Questi Rom hanno talvolta con sé dei bambini che, invece, dovrebbero andare a scuola, dovrebbero indossare abiti puliti, dovrebbero mangiare più sano e regolare. Ma nell’Italia che ha inventato i “campi nomadi”, che ha promosso censimenti etnici, che ha elaborato la ruspa come slogan politico, i diritti minimi dei bambini Rom sono una chimera. I cittadini scattano fotografie ai questuanti per strada e le pubblicano sui social-media, dove tra i commenti si scatenano reazioni raccapriccianti. Altre volte si promuovono petizioni per garantire una non meglio definita «tutela giudiziaria dei bambini». Tutto ciò è quasi sempre senza studi, senza verifiche, senza ascolto, ma con tanti sospetti e “buon senso”, che portano alcuni a parlare di sfruttamento e di organizzazioni criminali. Quel che invece manca sempre è il riferimento alla miseria, alla disuguaglianza, all’esclusione, all’isolamento, al pregiudizio che per i Rom può essere così forte da rimanervi schiacciati come sotto ad una montagna

UNA STORIA CHE CONOSCIAMO Nel XXI secolo, in Italia – e a Sorrento in particolare – è lo stato di bisogno che dovrebbe scandalizzare. Quel terribile stato di indigenza che, ad esempio, Gian Antonio Stella ha descritto nel suo libro “L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi”, specie nel capitolo intitolato “Troppi orchi nel Paese della mamma. Il traffico di bambini, un secolo di lacrime e di orrori”, dove racconta quegli italiani che, nella veste di reclutatori, mediatori, contrabbandieri e guardie di confine corrotte, compivano una vera e propria “tratta dei fanciulli” verso Francia, Svizzera, Brasile. Tutti i bambini, ovunque e sempre, vanno tutelati e protetti: lo dice la legge, l’etica, il diritto internazionale, la storia, la decenza. Ed è quel che pretendiamo facciano le istituzioni. Ma i bambini vanno difesi insieme al loro ambiente familiare, non bisogna strapparli ai propri genitori (se non in casi estremi, ovviamente): è la famiglia povera che va aiutata, sono quelle comunità che vivono di stenti che vanno sostenute ed integrate, sono la miseria e la marginalità che vanno combattute senza sosta.

Noi a Sorrento non dimentichiamo che solo un secolo fa Sybil Fitzgerald descriveva scene di questo tipo: «Sfortunatamente, qui [a Sorrento] c’è una popolazione povera, esuberante per un territorio esiguo e sia pur ferace. Bambini dalle guance imporporate e in buona salute e contadini agghindati vi chiederanno, fastidiosamente, l’elemosina. I mendicanti pullulano, petulantemente, in ogni angolo della costiera». Siamo consapevoli della condizione di bisogno in cui vivevano i nostri nonni, delle umiliazioni che hanno subito, dei sacrifici e della fatica che hanno patito. Ed è per questo che oggi non invochiamo «pulizia strada per strada», ma dignità per tutti: adulti e bambini, genitori e figli.

LA NECESSITÀ DI INVESTIMENTI SOCIALI Tra le proposte lanciate dagli esperti e dai volontari che operano in quelle realtà c’è di dare incentivi che potrebbero avere un effetto importante per le famiglie più povere: ad esempio, un sussidio anche solo di 100 euro al mese legato alla frequenza scolastica dei bambini appartenenti alle famiglie più bisognose potrebbe aiutare. Terrebbe i bambini lì dove dovrebbero stare, a scuola con i loro coetanei, e limiterebbe la piaga dello sfruttamento minorile: in altre parole, sarebbe un modo tangibile per realizzare la nostra Costituzione, per tradurre i suoi princìpi in gesti concreti. In caso di specifiche urgenze, invece, sarebbe opportuno rivolgersi ai servizi sociali, ossia a strutture che hanno strumenti e conoscenze atte alla cura dell’intero nucleo familiare, di cui vanno considerate e comprese le complessità e le opportunità. Il ricorso alle forze dell’ordine, dunque, deve essere il più limitato possibile, sia per l’impatto emotivo che può generare, sia per la necessità di costruire un rapporto di fiducia con persone deboli, talvolta fragili. È per questo che anche il ricorso all’affido dei minori a rischio a case d’accoglienza deve essere estremamente mirato e unicamente per situazioni drammatiche, le quali, tuttavia, verrebbero ad essere prevenute grazie alla costruzione del cosiddetto “social investment”. Come ha dichiarato recentemente Francesco Samengo, il presidente del Comitato italiano dell’Unicef, «ci sono in Italia oltre 1 milione e 200mila bambini e ragazzi che vivono in povertà assoluta (12,1% del totale). 2 milioni e 156 mila vivono in povertà relativa. È inammissibile». Questi dati allarmanti non possono essere guardati con indifferenza, ma occorre affrontarli stabilendo un piano di investimenti e azioni che leniscano questa situazione di disagio, disuguaglianza e ingiustizia.

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