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Bebe Vio, gli atleti paralimpici e la disabilità “sdoganata”

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Che risultato, ragazzi!

Si sono da poco conclusi gli Europei di atletica paralimpica di Berlino che hanno visto gli azzurri portare a casa una lunga serie di medaglie: sei ori, tre argenti e otto bronzi. Un bel bottino che, oltre alle 17 medaglie, utili a guadagnare il decimo posto generale nel medagliere, conta anche due record del mondo e ben 15 atleti su 20 sul podio.

Non sono un’appassionata di sport e, a onor del vero, non ho seguito nessuna di queste straordinarie imprese. Ma riesco a immaginare – anche solo lontanamente – il groviglio di emozioni provate dagli atleti che sono stati protagonisti di questa impresa. Fatica, determinazione, sudore, lacrime, sforzo, coraggio, adrenalina e alla fine gioia. Gioia pura e la consapevolezza di aver avverato il proprio sogno, anche quando sembrava un’impresa impossibile.

Ma la riflessione che voglio fare è soprattutto un’altra ed ha a che fare con una vera e propria rivoluzione culturale alla quale stiamo assistendo e il cui grande merito, probabilmente, è da attribuire a un’altra grandissima atleta paralimpica. Parliamo di Bebe Vio che con la sua semplicità e simpatia è riuscita letteralmente a “sdoganare” – passatemi il termine – la sua disabilità.

Non intendo dire che le sue medaglie hanno cancellato alla vista dell’opinione pubblica le sue protesi. Al contrario. La sua voglia di vivere e il suo temperamento vulcanico hanno consentito al pubblico di guardare oltre, di non voltarsi dall’altra parte, di non cadere nello sbagliato stereotipo secondo il quale il disabile è una persona da compatire, da commiserare o, peggio ancora, da ignorare completamente.

Ricordo a tal proposito da piccoli quando i nostri genitori ci imponevano di non guardare le persone con disabilità. Non per cattiveria, almeno non nel mio caso, ma per una sorta di rispetto nei loro confronti. Guardarli era come far capire che avevi notato la loro disabilità, che li stavi osservando in quanto “diversi”. E allora ignorarli era il modo più semplice per farli sentire uguali agli altri.

Oggi è diverso. Oggi grazie alla grinta di Bebe Vio, ma anche alla determinazione di Alex Zanardi o di Giusy Versace (solo per citare i più noti e attivi dal punto di vista della comunicazione) siamo abituati a vedere la disabilità con altri occhi e questo ha permesso a molti di uscire allo scoperto, di non nascondersi più, di mostrare con serenità una protesi sotto un pantaloncino corto. Quella stessa protesi che, forse, fino a qualche anno fa si tentava di nascondere in ogni modo.

Oggi le protesi approdano in tv, volteggiano in una trasmissione come Ballando con le stelle o sfilano sulle passerelle di Miss Italia, e sono ormai un dettaglio che non si nota neanche più. Una rivoluzione culturale, dunque, che se da un lato ha consentito a noi normodotati di guardare con più “normalità” al mondo della disabilità senza provare imbarazzo o soggezione, dall’altro ha permesso loro di vivere con maggiore serenità la propria vita e, in alcuni casi, li ha incoraggiati a superare i propri ostacoli compiendo imprese straordinarie, come portare a casa una medaglia d’oro.

Il direttore

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