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Il mio smalto e quello di Josepha

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Indosso sempre lo smalto. Rosso, rosa, grigio, nero: le mie unghie variano in base alle stagioni, all’umore, all’abbigliamento. Ma sono sempre laccate. Ed è così che i soccorritori mi troverebbero nel caso in cui un terremoto dovesse sorprendermi. Con le unghie smaltate. Da abruzzese, infatti, il rischio più concreto che posso immaginare non è di certo una guerra o una carestia, ma un sisma di forte intensità. E in caso di sopravvivenza è così che verrei trovata: forse con i capelli in disordine, o senza trucco, o con i piatti ancora da lavare, o con una catasta di panni da stirare, ma mai senza smalto.

E se ciò accadesse, sono certa che nessuno metterebbe mai in dubbio il mio bisogno di aiuto o la mia immane sofferenza solo per via di quelle unghie colorate. Ma io sono italiana, mediamente benestante e non avrei bisogno di dimostrare nulla a chi da dietro una testiera crede di avere in tasca tutte le verità.

A Josepha, invece, non è stata riservata la stessa cortesia. Lei ha la pelle scura, arriva dal Camerun, scappa da una terra dove “avrebbe fatto meglio a rimanere”, è stata aiutata dal “servizio taxi del mare” messo a disposizione dalla Ong di turno, arriva come tanti “a rubare lavoro e futuro ai giovani dei Paesi europei“. E allora a lei quel piccolo peccato di vanità non si può proprio perdonare.

Poco importa se quella donna ha trascorso due giorni e due notti tra le onde prima di essere salvata, se ha assistito impotente alla morte di tante persone a causa del naufragio dell’imbarcazione che doveva garantirle un futuro migliore, se ha trascorso ore vicino a una madre e al suo bambino annegati in mare, se avrà temuto per 48 interminabili ore che la sua fine fosse ormai vicina.

Perché per alcuni soggetti – che faccio fatica a definire – le sue unghie laccate contano di più dei suoi occhi vitrei, spalancati, assenti, terrorizzati. Dei suoi occhi indimenticabili, per quanto mi riguarda.

Sono quei soggetti a cui è bastata una foto scattata qualche giorno dopo il salvataggio di Josepha, che la ritraeva stesa su una barella con lo smalto sulle unghie delle mani, per mettere in giro una fake news davvero squallida e imbarazzante per l’intelligenza di chi ha avuto la sfortuna di leggerla. “Ma quale naufragio, ha lo smalto!”: così i leoni da tastiera hanno messo in dubbio la veridicità della storia di Josepha, per “colpa” di quelle unghie laccate di rosa. In realtà, come spiegato da una giornalista presente sulla Open Arms, delle volontarie a bordo le avevano messo lo smalto per farla distrarre, per consentirle di non pensare al dramma che aveva vissuto, per toglierle dagli occhi, anche solo per un istante, l’immagine della morte e della disperazione.

Ma anche se così non fosse stato, anche se Josepha fosse partita a bordo di un gommone con lo smalto sulle unghie, che differenza avrebbe fatto?

Le sue mani le hanno consentito di rimanere aggrappata alla vita per 48 ore, lottando con tutte le sue forze per non cedere alla furia del mare, e di afferrare quelle dei volontari che le hanno ridato la vita una seconda volta.

Le sue mani le hanno permesso di aggrapparsi alla vita, perché sopravvivere ed essere salvata era un suo diritto. Con o senza smalto.

Il direttore

Vignetta di copertina: Freccia.

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