di maio

Pubblicato il 19 luglio 2018

Per favore, non chiamatelo Decreto Dignità

Non provo nessuna particolare simpatia per i pentastellati al governo, ma devo confessare di apprezzare il tentativo di mettere in campo qualche scelta politica tesa a ridurre il precariato. Mi riferisco, ovviamente, al recentissimo Decreto Di Maio.

Cerco di spiegarne le ragioni. Partirei dalla discussione che ha accompagnato l’approvazione del Jobs Act. Forse qualcuno ricorderà che una delle argomentazioni sostenute da Renzi, e da larga parte del PD, per convincere l’opinione pubblica sulla bontà delle scelte proposte risiedeva, appunto, nella volontà di ridurre la precarietà nel mercato del lavoro. In realtà l’unica misura che stimolò assunzioni a tempo indeterminato fu la decontribuzione per i nuovi contratti a tempo indeterminato. Il provvedimento entrò a regime nella prima fase del governo Renzi. Per il resto il Jobs Act ha favorito un significativo aumento dell’occupazione ma solo grazie ai contratti a tempo determinato. Da allora il lavoro è diventato sempre più temporaneo e, spesso, precario.

Per questo non posso che guardare con favore al tentativo del Decreto Di Maio di cercare di porre un argine. Si guardi bene, non c’è sul tavolo nessun provvedimento rivoluzionario, solo qualche passo indietro rispetto alle progressive “liberalizzazioni” concesse negli ultimi anni. La durata complessiva del contratto a tempo determinato scende da 36 a 24 mesi, le proroghe da cinque a quattro, dalla seconda proroga sono necessarie le “causali”, ogni proroga ha un costo contributivo crescente dello 0,5%.

Per la verità ho almeno altre due buone ragioni per “simpatizzare” con il citato Decreto: lo stop alla pubblicità e alle sponsorizzazioni per il gioco d’azzardo e la restituzione dei contributi ricevuti – maggiorati del 5% – in caso di delocalizzazione di impianti produttivi cofinanziati con fondi pubblici nei cinque anni precedenti. Dal primo provvedimento non aspetto nessun impatto in termini di riduzione del gioco d’azzardo ma, credo, ci siano buone ragioni etiche per evitare ogni forma di pubblicità. Anche nel secondo caso non credo nell’efficacia del provvedimento ma, almeno, si è avuto il coraggio di porre un problema che andrà affrontato in modo risolutivo in ambito comunitario.

Torniamo al contrasto al precariato. Vorrei che qualcuno spiegasse perché questo è un “provvedimento contro le imprese, contro i giovani, contro i lavoratori: un decreto che rischia di far scappare gli investitori stranieri” (Brunetta). La motivazione all’assunzione degli imprenditori è così incerta, flebile che basta una riduzione da 36 a 24 mesi della durata del contratto o da 5 a 4 proroghe per dissuaderli? Non è così, le imprese assumono se sono in fase espansiva e non assumono se la prospettiva è incerta o recessiva. Per questo la resistenza di Confindustria mi sembra “ideologica” o, con più probabilità, orientata a negoziare altri benefici. Ancor meno comprensibile la sufficienza del PD. Hanno ragione, non si tratta di un provvedimento risolutivo nella battaglia al precariato, ma almeno si va nella direzione giusta. Loro, per anni al governo, hanno percorso la strada opposta, combattendo il precariato a parole e incentivandolo con i provvedimenti legislativi.

Al contrario trovo del tutto sbagliata e forviante la polemica con Boeri. Dal punto di vista formale è sconcertante che il responsabile del Decreto – nel caso il ministro Di Maio – non si sia accorto per tempo che nella relazione di accompagnamento erano contenuti dati da lui non condivisi. Dal punto di vista sostanziale penso che l’INPS abbia fornito previsioni del tutto ragionevoli, ricordando che questa legge, probabilmente, determinerà una lieve riduzione dell’occupazione. Certo, se la normativa diventa più rigida è prudente pensare che qualche ricaduta negativa, in valori assoluti, possa esserci.

Allora il provvedimento va giudicato negativamente? No, va nella direzione auspicata ma non può di certo bastare. È indispensabile accompagnarlo con una significativa riduzione del costo del lavoro per le assunzioni a tempo indeterminato. In altri termini, se disincentivo il lavoro precario devo incentivare il lavoro stabile. Subito, non tra qualche anno, altrimenti qualcuno potrà sostenere (strumentalmente) che il governo voglia penalizzare le imprese anche a costo di ridurre la base occupazionale.

In definitiva, con il Decreto Di Maio abbiamo fatto solo un piccolissimo passo in avanti. Resta da fare la parte più impegnativa del percorso. Per questo, con umiltà, bisognerebbe evitare l’espressione “Decreto Dignità”. La dignità, soprattutto quando si parla di lavoro, richiama un valore così alto che non merita di essere scomodato per qualche piccolo e incerto intervento. Altrimenti si persevera nell’errore renziano di evocare continuamente aspettative del tutto fuori misura rispetto alle scelte compiute. E sappiamo come è andata a finire.

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Valerio Roberto Cavallucci

Responsabile delle sezioni di approfondimento: Responsabilità sociale; Legalità; Innovazione sociale; Sostenibilità ambientale; Partenariato Pubblico Privato.

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