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Pubblicato il 16 luglio 2018

Caporalato e agromafie generano un giro d’affari di quasi 5 miliardi

La denuncia parte dal Quarto rapporto Agromafie e caporalato a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil presentato nei giorni scorsi a Roma.

Il rapporto fa luce sull’economia illegale nel settore agroalimentare e produce anche un bilancio sull’applicazione della Legge 199 del 2016 contro i fenomeni di lavoro in nero e sfruttamento delle persone, rivelando che il settore illegale produce un giro d’affari di quasi 5 miliardi di euro. Ma non soltanto, perché quasi altri 2 miliardi riguardano l’evasione contributiva di questo settore.

Infatti i fenomeni di caporalato e sfruttamento confermano gli scenari già noti e rilevati dall’Osservatorio, nonostante siano passati quasi due anni dall’approvazione della legge menzionata.

Addirittura sarebbero circa 430.000 i lavoratori agricoli esposti al rischio di un ingaggio non regolare e sotto caporale e di questi oltre 130.000 vivono in condizioni di estrema vulnerabilità sociale. Un altro dato sconcertante che emerge è che circa 300.000 lavoratori agricoli lavorano meno di 50 giorni all’anno, naturalmente per un numero imprecisato di ore e senza alcun tipo di riposo.

Ancora: il rapporto indica che circa 30.000 aziende – circa il 25% di quelle esistenti sul territorio del Paese  –  ricorrono all’intermediazione di un caporale.

Viene anche rilevato come, su circa un milione di lavoratori del settore, i migranti si confermino una risorsa fondamentale.

Il rapporto però non si ferma a numeri, poiché riporta anche storie di sfruttamento del lavoro in sette diverse regioni: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Puglia, Basilicata e Sicilia in cui la percentuale di sfruttamento del lavoro scoperta è dell’8/10%.  Ovviamente però in tutte le regioni italiane esiste questo fenomeno, certamente non ancora monitorato a sufficienza.

Per quanto riguarda invece le retribuzioni, la paga media rilevata è tra i 20 e i 30 euro per un orario che va dalle 8 alle 12 ore al giorno; esiste poi il lavoro a cottimo che prevede una retribuzione di 3/4 euro per riempire un cassone da 375 kg. Va da sé che i lavoratori non godono di alcun diritto o tutela previsti dalla legge.

Ancora più grave è la condizione delle donne: quelle sotto caporalato infatti percepiscono uno stipendio inferiore del 20% rispetto ai colleghi maschi.

Va inoltre considerato che parte della paga di ogni lavoratore deve essere versata al caporale, il quale fornisce anche beni di prima necessità come acqua e cibo che si fa pagare profumatamente.

 

 

 

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Milena Pennese

Estroversa, creativa, curiosa e passionale, credo nei progetti e nella passione che alimentano il gusto delle nuove sfide. Amo leggere, viaggiare, passeggiare in montagna e ascoltare buona musica. La mia più grande passione è la scrittura.

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