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Sono una giornalista e non so fare altro

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“Se non dovesse andarti bene come giornalista, che altro lavoro vorresti fare?”.

Me lo sento chiedere da anni ormai, e c’è un perché. Fare il giornalista oggi non è semplice: stipendi da fame, zero tutele e garanzie, moltissimo lavoro, niente domeniche o giorni festivi e, in alcuni settori, tanti, troppi rischi. La mia risposta di fronte a questa domanda è sempre la stessa, laconica ma sincera: “Nessuno, perché non so fare altro”. La maggior parte dei miei interlocutori non capisce il mio pensiero e scambia queste parole con falsa modestia. C’è poi chi ne coglie il senso e di solito si tratta di persone che svolgono il mio stesso mestiere.

È stato in qualche modo un sollievo, quindi, sentir rispondere nella stessa maniera tre straordinarie donne e giornaliste che nei giorni scorsi hanno ricevuto il prestigioso Premio Flaiano a Pescara. Loro sono Giovanna Botteri, Maria Cuffaro e Gabriella Simoni che, il giorno successivo alla premiazione, hanno partecipato a un incontro sul tema del giornalismo e delle fake news, raccontando molte delle loro esperienze e confidando alcuni aspetti, positivi e negativi, del loro mestiere. A cominciare proprio da quella domanda e da quella stessa risposta: “Non sappiamo fare altro”. Spiegata ancor meglio dalla Simoni: “Non si tratterebbe di cambiare lavoro, ma di cambiare me stessa”.

È proprio questo il punto: essere giornalisti non è semplicemente un mestiere, ma uno stile di vita, un diverso modo di vedere le cose, quasi una missione. Un giornalista guarda il mondo con occhi diversi, con la curiosità di saperne sempre di più, con la voglia di scovare storie, con l’ambizione di raccontarle agli altri. Ma se questo è vero – che giornalisti si nasce e non si diventa -, è altrettanto vero che, per diventare un bravo giornalista, è necessario anche studiare, informarsi, approfondire, “consumare le suole delle scarpe” e soprattutto conoscere e attenersi a un preciso codice deontologico. Ed è proprio su questo aspetto che le tre professioniste hanno focalizzato l’attenzione per affrontare il tema delle fake news, dei social network e del pericolo di strumentalizzazione dell’informazione.

Se un tempo bisognava aspettare l’arrivo dei giornalisti o delle troupe televisive per venire a conoscenza di un evento di qualsiasi genere, oggi invece le notizie corrono sul web in tempo reale. Post su Facebook, tweet su Twitter, foto su Instagram, dirette online: oggi chiunque si trovi di fronte a un qualsiasi avvenimento, si sente in diritto di raccontarlo il prima possibile attraverso i propri canali social.

Questo “fenomeno”, se da un lato consente alle persone di essere sempre aggiornate – e ai giornalisti di cogliere informazioni utili -, dall’altro però crea un inevitabile rischio (che troppo spesso si trasforma in realtà) di incappare in una fake news. La differenza tra una notizia diffusa da un giornalista e un post pubblicato da un qualsiasi cittadino, infatti, sta proprio nell’attendibilità della fonte e nella veridicità del contenuto. Un giornalista, dopo aver appreso una notizia, verifica e approfondisce, e solo quando è sicuro diffonde l’informazione. È un suo dovere.

Il cittadino, no. Non è un suo dovere, semmai dovrebbe essere un suo scrupolo, dettato dal buon senso. Ma non un suo dovere. Quindi un post. Poi una, cento, mille condivisioni e la notizia diventa “virale”, come si dice oggi.

Ma qual è il rischio? Che una notizia falsa, una fake news, possa passare per vera con evidenti danni per la comunicazione. E, rischio ancora peggiore, è che notizie false possano essere – come purtroppo accade – utilizzate come forma di strumentalizzazione, politica e non solo.

Come proteggersi allora?
Come cittadini responsabili dobbiamo fare lo sforzo di approfondire, verificare, informarci tramite i canali di informazione classici, diffidando dei blog che non conosciamo, soprattutto di quelli dai titoli “strillati” o dai nomi che richiamano quelli di vere testate giornalistiche nazionali. E poi evitando di condividere ogni cosa che ci capita sotto mano quando non siamo sicuri della fonte o della veridicità dei contenuti.

Come giornalisti, invece, il compito è senza dubbio più difficile. C’è, nei confronti della categoria, un sempre più diffuso scetticismo, alimentato da chi ci getta fango addosso, accusandoci di essere al servizio di questo o quel partito politico, di questa o quella lobby, o di nascondere la verità per chissà quale oscura ragione. Quello che possiamo fare è continuare a fare il nostro lavoro con professionalità, serietà, impegno e dedizione, mettendoci sempre al servizio del lettore/spettatore e cercando di non deludere le sue aspettative.

Questo è il nostro dovere, perché non sappiamo fare altro, ma soprattutto perché non vogliamo fare altro.

Il direttore

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