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La risposta a Trump: in Messico vince Obrador

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Per la prima volta nella storia del Messico a vincere le elezioni politiche è un uomo di sinistra, Andrés Manuel Lopez Obrador. Già i sondaggi lo indicavano come il favorito e infatti le stime ufficiali indicano che abbia raccolto tra il 53 e il 53,8% dei consensi.

Si tratta inequivocabilmente di una risposta eloquente nei confronti della politica statunitense di Donald Trump, risoluto a chiudere la frontiera proprio con il Messico, con ancora in ballo la triste vicenda legata ai tanti bambini separati dai lori genitori dalla polizia doganale americana. Più in generale è stata probabilmente l’ostilità avvertita dai messicani da parte dell’America a far sì che per la prima volta nella sua storia venisse chiamato al potere un uomo che, almeno in apparenza, dovrebbe incarnare i valori della sinistra.

Sorprendentemente, il rivale candidato di destra, Ricardo Anaya, ha raccolto appena il 22% dei voti mentre il partito rivoluzionario istituzionale – da molti anni al potere in Messico – si è fermato al 16%.

Sono però già tanti gli entusiasmi intorno alla figura di Obrador, peraltro già sindaco di Città del Messico, che ha già annunciato di voler dare il via a grandi cambiamenti per il suo Paese. Due i punti fondamentali: la lotta senza quartiere alla corruzione e «alla mafia oggi al potere».

Oltre questi aspetti, ce ne sono tuttavia altri due che risulteranno cruciali: lo sviluppo economico del Messico e le migrazioni. Attraverso un articolo pubblicato da Le Monde Diplomatique, Obrador ha spiegato molto chiaramente il proprio pensiero: «Il Messico non “invia” nessuno negli Stati Uniti. A partire sono centinaia di migliaia di persone che lasciano il loro Paese per tentare di trovare una vita migliore. Nella maggior parte dei casi, fuggono dalla violenza e da situazioni economiche catastrofiche». Motivo per cui, secondo Obrador, è fondamentale «convincere gli americani che sono in realtà vittime di un discorso demagogico con il quale si vuol far sì che dimentichino l’ampiezza della crisi economica. Della quale i messicani (e gli stranieri in generale) non sono responsabili. I problemi che incontrano i lavoratori statunitensi, dagli agricoltori ai dirigenti d’azienda, sono il risultato di scelte politiche sbagliate, di privilegi conservati da alcuni e di una distribuzione iniqua della ricchezza».

Non poteva mancare, alla luce di quanto detto, una critica nei confronti di Donald Trump: «La Casa Bianca omette di ricordare che il contributo garantito dai messicani che vivono sul territorio americano al prodotto interno lordo degli Stati Uniti è pari all’8%, secondo un calcolo della Fondazione Bancomer. E che tra di loro ci sono braccianti e operai, ma anche insegnanti, medici e imprenditori».

E sulla questione delle frontiere: «Non si risolvono i problemi sociali con la forza o alzando muri, ma migliorando le condizioni di vita della gente».

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