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I batteri sulle microplastiche creano resistenza agli antibiotici

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Due studi pubblicati da Science Trends  e Chemistry World hanno denunciato come i batteri presenti sulle microplastiche siano veicoli di resistenza agli antibiotici.

Ci troviamo quindi di fronte a due problemi che si uniscono: da un lato le microplastiche che inquinano i corsi d’acqua e i mari del nostro pianeta, dall’altra tipi di farmaci che sono nati per proteggerci da malattie pericolose, gli antibiotici, che hanno sviluppato effetti incontrollati. Un insieme che diventa pericoloso, dal momento che l’acqua, sia essa dolce o salata, diventa una specie di “brodo primordiale” in cui le colture di batteri prosperano e sviluppano la resistenza agli antibiotici.

Si è scoperto infatti che i batteri sviluppati nel bio-film che riveste le microparticelle di plastica, sono molto inclini allo scambio intracellulare e di DNA.

Il fenomeno è conosciuto come HGT – Horizontal Gene Transfer – ed è il trasferimento dei geni in modalità orizzontale, quindi non verticale come tra genitori e figli e purtroppo, a causa dello sversamento di antibiotici – sia per uso animale che umano – nell’acqua, molti batteri sviluppano geni man mano sempre più resistenti ai vari tipi di farmaci.

Non solo: è stato osservato che se i batteri con geni resistenti vanno a insediarsi sulle microplastiche, in caso di acqua dolce avranno 100 volte la capacità di trasmettere i propri geni ai batteri presenti nei fiumi e nei laghi, mentre in caso di acqua salata la trasmissione arriva a 1.000 volte. E dal momento che queste microplastiche vengono ingerite dai pesci, si desume che l’uomo potrebbe essere l’ultimo destinatario di questa indesiderata resistenza ai farmaci antibiotici.

Finora questo connubio letale tra microplastiche e antibiotici presente nelle acque era sconosciuto, ma si valuta che causi almeno 700.000 morti all’anno.

Il problema lo denuncia il The Guardian scrivendo che, tra vittime e spese per il contrasto del fenomeno, si prevede un costo complessivo di 100 mila miliardi di dollari.

Non solo: il quotidiano britannico rivela che l’Unione europea aveva preparato una stretta su questa fascia di medicinali, obbligando le case farmaceutiche a fare, oltre i normali test per l’autorizzazione all’uso del farmaco, le verifiche sui danni ambientali dopo lo smaltimento tramite feci umane o animali. Pare però, come afferma The Guardian, che la bozza finale della UE sia decisamente edulcorata rispetto alle prime stesure, frutto – si legge – di 40 milioni di euro spesi da Big Pharma per attività lobbistica sulle istituzioni europee.

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