dipendenza da videogiochi

Pubblicato il 20 giugno 2018

Dipendenza da videogiochi: l’Oms la riconosce come una malattia

È notizia recentissima che l’Organizzazione mondiale della sanità abbia ufficializzato, proprio in queste ore, la dipendenza da videogiochi come un vero e proprio problema di disturbo mentale che entra quindi di rigore a far parte dell’International Classification of Diseases. Ovviamente, l’ambito di riferimento non poteva che essere quello legato ai disturbi dei controlli degli impulsi, come ad esempio il gioco d’azzardo.

L’Oms naturalmente spiega i criteri in base ai quali dev’essere effettuata la diagnosi clinica che fondamentalmente deve tenere conto di tre fattori, dopo aver constatato il perdurare di certi comportamenti per almeno un anno. Il primo sintomo di cui tenere conto è l’incapacità di chi gioca a smettere di farlo o diminuire l’attività. Il secondo riguarda la percezione del giocatore che deve essere prioritaria e totalizzante, al punto da avere il sopravvento su tutti gli altri aspetti della vita. Terzo fattore è che l’attività di chi gioca deve continuare o addirittura aumentare nonostante le conseguenze negative.

L’Oms invita in ogni caso a non sbilanciarsi e ad avere molta cautela nel fare una diagnosi di dipendenza da videogiochi. Lo scorso inverno, uno dei membri Oms, il dottor Vladimir Poznyak dichiarò: «Milioni di giocatori in tutto il mondo, anche nel caso in cui giocassero molto, non sarebbero mai qualificabili come soggetti affetti da questa patologia».

Dunque, affinché si possa parlare di una dipendenza da videogiochi vera e propria bisogna che il caso sia estremamente grave, certamente non risolvibile parlando semplicemente con il soggetto ma solo con una terapia consapevole e mirata.

Non bisogna quindi fare confusione tra la passione per i videogiochi e la patologia vera e propria. Trascorrere diverse ore di fronte a un gioco è sostanzialmente lo stesso comportamento di chi, appassionato di serie tv o altro programma televisivo, spende molte ore di fronte al piccolo schermo.

Un concetto che spiega molto bene Luca Mazzucchelli, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia: «Questa decisione non dev’essere un’occasione per demonizzare questi nuovi strumenti: il loro potere, che fino a qualche anno fa non potevamo neppure immaginare, può avere risvolti molto interessanti se utilizzato nella giusta forma, anche in ambito preventivo e, in futuro, curativo. Il concetto di gamification, di imparare giocando, può essere di aiuto per superare fobie o imparare a convivere con l’ansia o la depressione. Dobbiamo dunque viaggiare su un doppio binario: capire eventuali patologie e allo stesso tempo non cadere nel rischio del pericolo sempre e comunque in ogni tipo di videogioco. D’altronde sono qua per restare, è bene conviverci nel miglior modo possibile».

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