#tawanda

Pubblicato il 2 maggio 2018

#Towanda dem: donne e rappresentanza nel PD

Dopo quindici giorni dalla pubblicazione ne possiamo parlare ormai liberi dall’attualità politica e dalle inevitabili polemiche. Mi riferisco all’appello firmato da oltre 400 donne dem per denunciare la scarsa rappresentanza parlamentare femminile e una gestione “maschilista” del Partito. Evocativo il titolo #Towanda dem, mutuato dal grido di battaglia delle protagoniste del film “Pomodori verdi fritti alla fermata del treno”.

Non è utile descriverne analiticamente i contenuti, meglio leggere direttamente il testo integrale, peraltro breve, qui allegato. Mi limiterò a poche scarne considerazioni a partire da una doverosa constatazione.

Non si può non essere d’accordo con l’analisi proposta e, soprattutto, con gli impegni per il futuro assunti da Francesca Puglisi, Monica Cirinnà, Marina Sereni, Josefa Idem, Ilaria Borletti Buitoni, Maria Amato e molte altre esponenti dem. “Non abbiamo saputo costruire una visione di società offrendo un orizzonte in cui credere e sperare. Per questo vogliamo essere protagoniste della necessaria fase costituente del Partito Democratico a cominciare dall’effettiva rappresentanza paritaria ad ogni livello, ispirata a merito, competenze e rappresentatività politica territoriale, piuttosto che a logiche di fedeltà politica”. Benissimo. Ma perché tanto stupore nello scoprire che nel PD “un gruppo dirigente sempre più chiuso e muto si trincera in delegazioni e “trattative” di soli uomini”? Perché tanta meraviglia nel prendere atto che le pluricandidature di 8 donne hanno determinato l’esclusione di 39 candidate e hanno favorito l’elezione di altrettanti uomini? E queste 8 donne non erano consapevoli delle conseguenze delle loro scelte?

Ingenuità? Distrazione? Tempi di reazione troppo lunghi? “Abbagliate dal primo Governo con il 50 e 50, ci siamo fidate. Abbiamo pensato: è fatta. Un errore politico fatale che non ripeteremo mai più”. Spiegazione troppo facile che non garantisce che “l’errore” non si ripeta.

Forse la questione si pone in altri termini. La forte presenza femminile nelle liste del PD nelle elezioni politiche del 2013 e la conseguente significativa rappresentanza parlamentare sono state il frutto di una scelta “illuminata” dell’allora segretario Bersani, nel quadro di un più generale rinnovamento del gruppo dirigente. La presenza al 50% nel Governo Renzi è figlia della stagione della “rottamazione”, dell’esigenza di marcare discontinuità rispetto al passato e accreditare il PD renziano come partito dell’innovazione e della contemporaneità. Scelte sacrosante, che hanno dimostrato una sensibilità nuova rispetto al passato.

E poi cosa è successo perché tutto tornasse indietro di quindici anni? Eppure, come hanno ricordato le firmatarie di #Towanda dem, in Parlamento le donne hanno lavorato moltissimo e bene, conseguendo risultati davvero importanti. E allora?

Azzardo una spiegazione. Provo a esporla senza fronzoli. Nella scorsa legislatura la numerosa presenza delle donne in Parlamento e nel Governo è stata determinata prevalentemente dalle scelte “illuminate” di Bersani e di Renzi. Come nel caso di tante altre scelte “illuminate” si è trattato di scelte “verticistiche” e facilmente “revocabili”. In altri termini non è stata la maturazione di una comunità politica (il Partito Democratico) a cambiare i termini della presenza femminile ma l’opzione dei vertici, anzi dei capi. Ma c’è dell’altro. Anche in questo caso non vado per il sottile. Quelle scelte sono state fatte in momenti “espansivi” per il PD. Bersani aspettava un grande successo elettorale e, quindi, un gran numero di eletti. Renzi era nel pieno della fase di ascesa, potendo godere di un’apertura di credito pressoché illimitata. Ma nel 2018 è arrivata, ahimè, la stagione delle “vacche magre”. E allora, quando le opportunità si restringono, giungono a verifica i convincimenti profondi, le maturazioni irrevocabili, le trasformazioni culturali. Nel caso in questione abbiamo dovuto prendere atto che le acquisizioni del PD erano molto fragili, forse più legate all’apparire che all’essere. E d’altra parte segnali preoccupanti si erano manifestati anche prima. Quante donne alla guida reale del Partito? E anche tra le presenze femminili era apparsa subito chiara una netta prevalenza di quelle più in sintonia con il segretario.

In realtà il PD, pur essendo l’unico vero partito politico rimasto in Italia, ha dimostrato di non essere una “comunità”, un insieme di donne e uomini che condividono valori e obiettivi. Le “comunità” possono raggiungere risultati e maturare solide convinzioni.  Quando lo fanno, di norma, non tornano più indietro, anche nelle stagioni difficili. Le organizzazioni verticistiche, le aggregazioni di scopo, invece, con facilità alternano veloci avanzamenti e altrettanto rapidi arretramenti. Così è stato. Ancor più se l’organizzazione in questione non ha più al centro della propria azione politica la lotta alle diseguaglianze. E la limitata presenza femminile è questione di diseguaglianza.

Allora non resta che riprendere un cammino di lunga lena. L’esistenza di una comunità politica e l’impegno nella lotta alle diseguaglianze rappresentano l’inevitabile premessa. Se c’è una comunità non si pone più il problema se fidarsi o meno di qualcuno, quanto piuttosto di verificare costantemente quanti passi avanti, insieme, sono stati percorsi.

 

#TOWANDA DEM

Per la prima volta il Partito Democratico è sovrastato nella rappresentanza femminile parlamentare dal Movimento 5 Stelle e dalla Destra e mentre chi ha vinto le elezioni affida la leadership dei gruppi parlamentari e le cariche istituzionali alle elette, nel PD un gruppo dirigente sempre più chiuso e muto si trincera in delegazioni e “trattative” di soli uomini.

Nella scorsa legislatura, anche grazie alle primarie con la doppia preferenza di genere, eravamo il gruppo più rosa del Parlamento. Abbagliate dal primo Governo con il 50 e 50, ci siamo fidate. Abbiamo pensato: è fatta. Un errore politico fatale che non ripeteremo mai più.

Mai più pluricandidature femminili di poche per far eleggere molti uomini. Sono bastate le pluricandidature di 8 donne per escludere 39 candidate e favorire l’elezione di altrettanti uomini.

Il cinismo non ha sortito pienamente i propri effetti perché il “flipper” si è incagliato nella batosta elettorale. Il tutto in violazione palese dello Statuto e nel silenzio degli organismi preposti al controllo.

In Parlamento deputate e senatrici hanno lavorato senza sosta per far avanzare i diritti delle persone e la libertà femminile. Dalla ratifica della Convenzione di Istanbul al decreto sul femminicidio del 2013, dalla reintroduzione delle norme per vietare le dimissioni in bianco alla medicina di genere. Fanno altrettanto le amministratrici locali impegnate nei quartieri, nei Comuni, nelle Province e Città Metropolitane e nelle Regioni, dialogando e lavorando con il vasto mondo delle donne impegnate nelle professioni, nei sindacati, nelle associazioni e nel Partito.

Abbiamo introdotto misure antidiscriminatorie per la rappresentanza negli organi politico-amministrativi a tutti i livelli istituzionali e chiediamo che le Regioni in cui governa il PD introducano la doppia preferenza di genere nelle proprie leggi elettorali.

Annullata di fatto la Conferenza delle Democratiche prevista dallo Statuto, nel Partito è stato istituito il “dipartimento mamme” separato dal “dipartimento pari opportunità” con l’ulteriore paradosso di veder comparire nei 100 punti di programma – mai condivisi con alcuno – temi controversi mutuati dalla destra.

Tutto ciò accade mentre le Nazioni Unite affermano che l’uguaglianza di genere è principio fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi dell’agenda 2030 per uno Sviluppo Sostenibile, per prevenire i conflitti, superare le divisioni e affrontare le cause profonde della disuguaglianza, dell’instabilità e dell’ingiustizia.

È arrivato il momento di passare dalle promesse alle azioni.

La crisi di identità del Partito Democratico e dei Partiti del Socialismo Europeo nasce dalla difficoltà a rappresentare i bisogni della società e soprattutto delle fasce più deboli che inevitabilmente si sono affidate a promesse populistiche o si sono chiuse nelle paure. Abbiamo perso la sfida contro le disuguaglianze.

Non abbiamo saputo costruire una visione di società offrendo un orizzonte in cui credere e sperare. Per questo vogliamo essere protagoniste della necessaria fase costituente del Partito Democratico a cominciare dall’effettiva rappresentanza paritaria ad ogni livello, ispirata a merito, competenze e rappresentatività politica territoriale, piuttosto che a logiche di fedeltà politica.

Ferma restando la necessità di rilanciare la Conferenza delle Democratiche, da subito ci mettiamo al lavoro per riannodare fili con la società e ridare credibilità e forza al Partito Democratico.

 

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ISTAT – Noi Italia, il Paese in cui viviamo

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Valerio Roberto Cavallucci

Responsabile delle sezioni di approfondimento: Responsabilità sociale; Legalità; Innovazione sociale; Sostenibilità ambientale; Partenariato Pubblico Privato.

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