la mafia uccide solo d estate

Pubblicato il 18 aprile 2018

“La mafia uccide solo d’estate”: la fiction che parla alla nostra coscienza

«Quando gli chiedevano come e quando si sconfiggerà la mafia, diceva si sconfiggerà quando cambierà la società. Non diceva quando arrestiamo tutti, quando li prendiamo tutti, ma quando cambierà la società».

Sono le parole di Maria Falcone che, in una nostra intervista (guarda il video), parlando di suo fratello, il compianto giudice Giovanni, ricordava come per sconfiggere la mafia fosse necessaria una presa di coscienza del problema, da parte della società – italiana e non solo siciliana -, a cominciare proprio dalle generazioni più giovani. Quelle generazioni che non hanno conosciuto né Falcone né Borsellino – né le tante vittime di Cosa nostra – ma che è necessario apprendano il loro insegnamento più grande: non nascondere mai la testa sotto la sabbia e non perdere mai la speranza e il coraggio. Quel coraggio che non è facile da mantenere quando vedi che intorno a te il tuo amico più stretto, o chi fa il tuo stesso mestiere, viene freddato o fatto saltare in aria senza pietà.

Ma come fare a coinvolgere emotivamente chi è troppo giovane per ricordare, troppo distratto per approfondire, troppo innocente per immaginare pagine di storia che hanno segnato profondamente il nostro Paese e che meritano di essere conosciute e ricordate per sempre?

C’è chi ha trovato un modo – a mio avviso – davvero efficace, in grado di appassionare adulti e bambini: parliamo di Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, con il suo film “La mafia uccide solo d’estate” che ha ispirato l’omonima serie Rai giunta alla sua seconda edizione.

Torneranno in onda a partire dal 26 aprile, infatti, le avventure del piccolo Salvatore Giammarresi e della sua famiglia, costretta a fare i conti con una Sicilia in cui gli omicidi sono all’ordine del giorno e la mafia è presente in ogni aspetto del vivere quotidiano: dall’attesa della cattedra da insegnante della madre ai loschi traffici dello zio, passando per i fidanzatini della sorella, i segreti del parroco e il coraggio del padre, testimone dell’uccisione di Boris Giuliano e costretto a vivere nella paura di ritorsioni per via della sua testimonianza.

Non si tratta certamente della prima fiction che affronta il problema della mafia o che ricostruisce le barbare uccisioni di personaggi che si sono opposti a Cosa nostra, al contrario; ma “La mafia uccide solo d’estate” ha una particolarità che la rende efficace anche con i più piccoli. Parliamo dell’ironia e del sarcasmo con cui i personaggi, anche i più spietati, vengono rappresentati (come non ricordare un Totò Riina che non riesce a usare il telecomando del condizionatore), ma anche dell’innocenza con cui il tutto viene filtrato attraverso gli occhi di un bambino.

«E’ una serie particolarmente importante perché racconta la storia del nostro Paese in modo nuovo e inedito», evidenzia il direttore di Rai Fiction, Eleonora Andreatta, «non fa epos sulla mafia ma la irride, anche mostrandone la pochezza umana, senza dimenticarne la violenza».

Ma l’operazione storica e culturale portata avanti da Pif (che anche in questa serie è voce narrante) va ben oltre la semplice derisione della mafia. «In questo secondo capitolo», spiega lui stesso, «si parla di coscienza e soprattutto di coraggio, che è quello che mette in azione la coscienza. Trovo che sia un concetto bellissimo: prima c’era solo la coscienza, ma adesso non si è più soli, questa serie ha l’ambizione di dare il coraggio che mancava. Il fatto che si possa fare questa serie senza rischiare la vita vuol dire che le cose sono cambiate e raccontare la mafia smitizzata è un trionfo. Non è solo un successo professionale, noi stiamo contribuendo culturalmente a sconfiggere la mafia: più ragazzi ci saranno a guardare questa serie, più cresce la speranza per il futuro. Questa serie è quell’esame di coscienza che non ci siamo mai fatti. La famiglia Giammarresi siamo noi, non solo palermitani, ma noi italiani, con tutti i nostri difetti, compromessi, ambizioni, contraddizioni».

Ma l’ambizione della fiction non è solo raccontare la storia italiana, bensì andare oltre, come evidenzia Anna Foglietta, sul piccolo schermo madre di Salvatore: «La mafia che raccontiamo con questa serie la conosciamo, anche se la raccontiamo in maniera un po’ edulcorata. Ora però con la fiction dovremmo impegnarci a smascherare i mafiosi di oggi che ci sfuggono e sono difficili da identificare».

Si tratta di un compito al quale tutti siamo chiamati, soprattutto i più giovani che hanno il futuro nelle loro mani. Un esercizio necessario perché, come ricordava Maria Falcone nella nostra intervista, «il sogno nel cassetto resta sempre lo stesso, cioè creare una società diversa che sappia ribellarsi all’omertà e all’indifferenza».

Il direttore

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Antonella Luccitti

Giornalista e direttore responsabile del portale "Felicità Pubblica". Amo la scrittura, il cinema e i viaggi.

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