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L’Oxfam lancia l’allarme divario tra ricchi e poveri. Cosa possiamo fare?

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Non so se per voi è lo stesso, ma ogni volta che qualcuno mi ricorda che un gruppo davvero ristretto di persone – talmente contenuto da stare seduto comodamente intorno al tavolo della mia sala da pranzo (che vi garantisco essere molto piccola) – possiede più ricchezze del resto della popolazione del mondo, salto letteralmente sulla sedia.

Perché se è vero che i soldi non fanno necessariamente la felicità, è altrettanto vero che nella maggior parte dei casi l’estrema povertà genera disagio, infelicità, fame e troppo spesso morte.

Se consideriamo poi che molto spesso alla povertà si associa anche lo sfruttamento lavorativo – che a volte arriva ai limiti della dignità umana, quando addirittura non li supera – allora lo sdegno aumenta a dismisura.

Ma purtroppo è questa la cruda realtà che ancora una volta ci mostra l’Oxfam nel suo rapporto dal titolo “Ricompensare il lavoro, non la ricchezza”, presentato nei giorni scorsi in occasione del Forum Economico Mondiale di Davos.

Vale la pena soffermarsi sui numeri. L’1% più ricco della popolazione mondiale, non solo continua a possedere quanto il restante 99%, ma si arricchisce sempre di più: l’82% dell’incremento di ricchezza netta registrato nel mondo tra marzo 2016 e marzo 2017 è andato in tasca a questi ricconi, infatti. Nemmeno un centesimo, invece, è finito alla metà più povera del pianeta, che conta 3,7 miliardi di persone.

E ancora: attualmente vi sono nel mondo 2.043 miliardari (valore in dollari) e la loro ricchezza ha registrato un incremento enorme che, a titolo comparativo, rappresenta 7 volte l’ammontare delle risorse necessarie per far uscire dallo stato di povertà estrema 789 milioni di persone. Di tutta la ricchezza globale creata nell’ultimo anno, l’82% è andato all’1% della popolazione, mentre il 50% meno abbiente non ha beneficiato di alcun aumento.

«Salari dignitosi e condizioni di lavoro decenti per tutti i lavoratori sono premesse fondamentali per porre fine all’attuale crisi della disuguaglianza», si legge nel rapporto. «In tutto il mondo, l’odierna “economia dell’1%” grava sulle spalle di lavoratori mal pagati, spesso donne, che ricevono salari di sussistenza e sono privati dei diritti fondamentali. Grava sulle spalle di lavoratori come Fatima, in Bangladesh, che cuce abbigliamento per l’esportazione, subisce regolarmente abusi se non riesce a raggiungere gli obiettivi e si sente male perché non può andare alla toilette. Grava sulle spalle dei lavoratori degli allevamenti di pollame statunitensi, come Dolores, affetti da disabilità permanenti e non più in grado di prendere per mano i propri bambini. Grava sulle spalle dei lavoratori immigrati addetti alle pulizie negli hotel, come Myint in Tailandia, molestata sessualmente dagli ospiti e costretta a sopportare per non perdere il lavoro».

Oltre a mettere in luce la disuguaglianza tra i “Paperon de Paperoni” e i poveri, infatti, il documento annuale dell’Oxfam denuncia altri due elementi estremamente avvilenti: il gender gap e lo sfruttamento lavorativo.

Nel primo caso è sufficiente vedere come le donne subiscano in media un divario retributivo del 23%, e questo accade in tutte le fasce di reddito se si considera, ad esempio, che dei 10 uomini più ricchi del pianeta, solo una è donna.

Una situazione che non va meglio in Italia dove nel 2016 le donne rappresentavano appena il 28,4% dei profili dirigenziali e, nel global gender gap del Wef, che misura i divari uomo-donna, il Belpaese è solo all’82esimo posto su 144 Paesi.

Ancora più drammatica, invece, è la situazione di sfruttamento lavorativo e divario salariale tra i vari livelli di lavoratori che operano negli stessi settori. Un esempio su tutti: nel 2016 i primi cinque marchi del settore abbigliamento hanno pagato agli azionisti dividendi per 2,2 miliardi di dollari: basterebbe un terzo di questi soldi per dare un salario dignitoso ai 2,5 milioni di vietnamiti impiegati nello stesso settore.

«Un miliardario ogni due giorni non è sintomo di un’economia fiorente se a pagarne il prezzo sono le fasce più povere e vulnerabili dell’umanità», afferma la presidente di Oxfam Italia, Maurizia Iachino. E come darle torto.

Ma cosa si può fare? A elaborare la ricetta per migliorare la situazione è sempre Oxfam che in Italia, ad esempio, in vista delle elezioni politiche di marzo, ha inviato una lettera ai candidati premier per proporre interventi su fisco, lavoro, spesa pubblica. Secondo l’ong, infatti, «una maggiore progressività dei sistemi fiscali e misure di contrasto all’evasione e all’elusione garantiscono una più equa distribuzione delle risorse in Italia». Sul fronte del lavoro, invece, si chiedono «misure e incentivi a sostegno di modelli imprenditoriali virtuosi, che praticano una maggiore equità retributiva e garantiscono livelli salariali dignitosi» ma anche «l’introduzione di un tetto agli stipendi dei manager» oltre all’«eliminazione del divario retributivo di genere» tra uomini e donne. Il terzo capitolo riguarda la spesa pubblica e viene sostenuto che «per ridurre le disuguaglianze sono fondamentali servizi pubblici di qualità in ambito sanitario ed educativo, adeguatamente sostenute dal bilancio pubblico» e «senza disparità dovute al contesto territoriale».

Tutto molto semplice, almeno sulla carta o da promettere in campagna elettorale. Ma il futuro governo dell’Italia – indipendentemente dal colore politico – riuscirà a raccogliere questa sfida?

Il direttore

Vignetta di copertina: Freccia.

 

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