freccia baby gang

Pubblicato il 17 gennaio 2018

Baby gang: di chi è la colpa di tanta violenza?

“Sono peggio dei camorristi”, “violenza nichilista”, “comandano loro”, “il branco si sente invincibile”, “metodiche di carattere terroristico”.

Sono solo alcune delle frasi pronunciate dal ministro dell’Interno Minniti o dai militari che ogni giorno scendono in strada a Napoli in riferimento all’odioso e preoccupante fenomeno delle baby gang che stanno sconvolgendo l’Italia intera con la loro violenza senza scrupoli.

Non che quello dei piccoli criminali sia un fenomeno nuovo – questo va detto –  ma sembra che negli ultimi mesi il problema si stia ampliando a macchia d’olio, in una recrudescenza che mette i brividi. A preoccupare, oltre al numero delle baby gang che popolano soprattutto Napoli, ma che non mancano purtroppo anche nelle altre città  italiane, è anche l’età  dei protagonisti che scende vertiginosamente, arrivando a toccare addirittura i 10 anni.

Non adolescenti ribelli, quindi, ma veri e propri bambini che di sera dovrebbero stare a casa a guardare i cartoni o già  a letto per essere freschi e riposati il mattino a scuola, e che invece se ne vanno a zonzo per la città  a commettere atti di vandalismo, picchiare gli “antagonisti” di una guerra spesso solo immaginaria o a minacciare i militari impegnati a presidiare il territorio.

Ciò che sconvolge è proprio questa totale indifferenza verso le regole e la mancanza di rispetto per le gerarchie e per i ruoli: genitori, insegnanti, persone adulte, sconosciuti e addirittura forze dell’ordine non sono individui da rispettare, da seguire, persone da cui imparare come si sta al mondo, ma piuttosto gente considerata quasi inferiore verso la quale riversare tutto il proprio odio e tutta la propria frustrazione a colpi di insulti (quando va bene) o di violenza fisica.

Ma da dove arriva tutto questo odio? E cosa fare per combatterlo?

Domande a cui dare una risposta è davvero difficilissimo. Ogni componente del gruppo è una persona a sé, con la propria storia, il proprio carattere, le proprie emozioni, quindi generalizzare è sempre sbagliato. Una cosa che a mio avviso è certa, però, è che ci sono dei fattori che influiscono negativamente nella maggior parte dei casi.

Spiace puntare il dito sempre contro i genitori, ma tant’è! Essere madre o padre, oggi più che in passato, è un mestiere difficilissimo. Ma se un bambino di 10 anni – ma anche di 14 – esce con gli amici di notte come un qualsiasi maggiorenne, va in giro con un coltello, beve e fuma come un adulto, non ha alcun rispetto per gli adulti, a chi dare la colpa se non a chi avrebbe il primario compito di proteggerlo ed educarlo?

Ma sembra proprio che i genitori, divisi tra impegni familiari, lavoro e smartphone, abbiano una grande fretta di veder crescere i propri figli il prima possibile; così li trattano alla pari, utilizzando con loro un linguaggio non appropriato, non controllando le amicizie reali e virtuali, permettendogli di vedere qualsiasi film o video su internet senza alcun supporto, spiegazione, sostegno.

La colpa è anche di film come Gomorra? Non direi. Sicuramente si tratta di una serie molto violenta, dove le istituzioni e le forze dell’ordine quasi spariscono, dove non c’è il classico scontro tra buoni e cattivi, dove addirittura il cattivo diventa la normalità , o peggio ancora un idolo, un modello da seguire. La colpa è di Gomorra, quindi? Niente affatto. Si tratta di una serie dedicata ad un pubblico adulto, in grado di capire, di stigmatizzare, di discernere. Il problema è un altro: che Gomorra, così come ogni altro contenuto, che sia violento o a luci rosse, è ormai disponibile ovunque, sia in tv che in Rete, e dunque fruibile da chiunque e in qualsiasi momento.

Così i bambini – perché è questo che sono nonostante si atteggino a uomini maturi – fanno quello che fanno tutti i bambini: giocano, imitano, si immedesimano fino a quando anche giocare annoia, non basta più e si passa all’azione. Un’azione, però, di cui forse non comprendono ancora appieno i rischi, le conseguenze, i drammatici risvolti.

E’ arrivato il momento, dunque, che a passare all’azione siano gli adulti, in primis i genitori. Perché è meglio un rimprovero o una punizione quando si è ancora in tempo, che contribuire a rovinare per sempre la vita del proprio figlio.

Il direttore

Vignetta di copertina: Freccia.

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Antonella Luccitti

Giornalista e direttore responsabile del portale "Felicità Pubblica". Amo la scrittura, il cinema e i viaggi.

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