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Estinzione: secondo il Wwf sono 16 le specie a rischio

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Il Wwf lancia l’allarme: nel Pianeta ci sono ben 16 specie animali che rischiano l’estinzione entro un anno a causa del numero esiguo a cui sono ridotte le loro popolazioni.

Lo stesso Wwf lo dice attraverso un Report nell’ambito della sua Campagna di Natale «WWF is calling» rilevando le specie più a rischio a causa dei pericoli legati alla capacità distruttiva umana in molti angoli del nostro pianeta. Il Wwf non manca di far notare che il lupo della Tasmania, lo stambecco dei Pirenei, la tigre caucasica, il rinoceronte nero dell’Africa occidentale, il leopardo di Zanzibar sono già stati spazzati via dal bracconaggio, dal prelievo intensivo o dalla distruzione del loro habitat.

Gli  ambientalisti del Wwf  sostengono che le future generazioni potrebbero non vedere affatto le specie attuali, poiché il loro destino è legato alla possibilità di mettere in campo interventi reali per fermare la corsa all’estinzione. Gli esperti, in ogni caso, sottolineano che solo dal 1970 al 2012 l’uomo ha determinato il calo di addirittura il 58% delle popolazioni di vertebrati terrestri e marini e soprattutto ha amplificato di circa 1000 volte il normale tasso di estinzione delle specie sulla Terra.

Ecco quindi che nell’elenco troviamo ai primi posti la vaquita – il più piccolo cetaceo del mondo – che vive nel Golfo di California e di cui sono rimasti solo circa 30 esemplari: per preservarli l’unica soluzione è fermare la pesca illegale nei mari adiacenti. Troviamo poi il leopardo dell’Amur, un felino molto agile che sopravvive in un esiguo numero di circa 70 esemplari nelle foreste tra Cina, Mongolia e Russia e per evitare la sua estinzione va fermato in modo drastico il fenomeno del bracconaggio.

Seguono a ruota le altre specie: il rinoceronte di Sumatra – che condivide con tigre e orango la drammatica riduzione delle foreste abbattute per far spazio alle coltivazioni di palma da olio -, il lupo rosso (meno di 150 esemplari), il bradipo pigmeo (alcune centinaia superstiti in un’isola panamense), il pangolino perseguitato per le sue scaglie ritenute “miracolose” nella medicina tradizionale cinese, e il chiurlottello, un uccello ritenuto una vera e propria chimera dagli ornitologi data la sua estrema rarità in tutta Europa.

E ancora il cavallo di Przewalski – di cui vivono appena 200 esemplari in Mongolia – il Kouprey, un grosso bovide dell’Asia sud-orientale sopravvissuto con un drappello di cinquanta individui alla caccia spietata.

E poi ancora l’orso marsicano con meno di 50 esemplari, l’aquila del Bonelli con meno di 40 coppie in Sicilia, la lucertola delle Eolie e i pappagalli esotici, tra cui primeggia l’Ara dalla gola blu che vive in Bolivia in numero ormai esiguo.

L’elenco termina con una specie di corallo, la madrepora oculata, scelta a simboleggiare la distruzione dei fondali del Mediterraneo: è una specie che vive a profondità tra i 250 e gli 800 metri e i suoi acerrimi nemici sono la pesca a strascico e il cambiamento climatico.

Osserva, concludendo, il direttore conservazione del Wwf Italia Isabella Pratesi: «La piaga dell’estinzione rende più labili i sistemi naturali che consentono alle foreste di regolare le temperature del Pianeta, ai fiumi di alimentare le biomasse marine, alle terre e agli oceani di produrre cibo e sicurezza. Trascuriamo inoltre che molte specie prima di noi hanno trovato, attraverso l’evoluzione, soluzioni a condizioni difficili ed estreme. Ogni insetto scomparso, ogni pianta estinta, ogni barriera corallina sbiancata, potrebbe custodire le soluzioni e i rimedi ai nostri mali incurabili o ai drammatici cambiamenti che abbiamo generato».

 

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