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Ancora trivelle nell’Artico: Usa e Italia insieme contro la salvaguardia del Pianeta

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L’Eni, l’Ente nazionale idrocarburi, è stata la compagnia prescelta per ricominciare le esplorazioni petrolifere nell’oceano Artico. Un’autorizzazione che Donald Trump, attuale presidente degli Stati Uniti, diede già nel 2015 e ora ribadita attraverso via libera definitiva con il recente annuncio del Bureau of safety and environmental enforcement. Sarà dunque proprio la compagnia petrolifera italiana a dare avvio al progetto.

Tuttavia è bene ricordare che l’oceano Artico è una delle zone più sensibili e con un rischio ambientale elevatissimo: certamente ricorderete la tragedia datata 24 marzo 1989, quando l’Alaska fu letteralmente devastata dal naufragio della petroliera Exxon Valdez che riversò nelle acque oltre 40 milioni di litri di greggio. Fu una catastrofe ambientale che uccise più di 250.000 uccelli e un numero incalcolabile di balene e fauna marina.

L’attuale autorizzazione concessa ad Eni contemplerà il mare di Beaufort dove si trova la piattaforma artificiale Spy Island, distante solo 4,8 chilometri dalla baia di Prudhoe e – stando a quanto rilasciato dall’Associated Press – nell’Artico verranno utilizzate “tecniche di trivellazione estesa per raggiungere i fondali marini”.

Una decisione che sovverte completamente quanto nel 2015 l’allora presidente degli U.S.A Barack Obama aveva stabilito, ossia il divieto di trivellazioni in quella zona memore dei disastri precedenti e consapevole dell’enorme ricaduta ambientale di un’operazione così dissennata. Ma non è certamente un mistero quanto siano diverse le posizioni in termini di tutela ambientale tra Obama e Trump. Non a caso quest’ultimo, nella primavera di quest’anno, aveva chiesto al segretario degli Interni Ryan Zinke di riesaminare la normativa della legislatura precedente con uno scopo abbastanza chiaro: autorizzare nuove esplorazioni.

Come ci si aspettava, le associazioni ambientaliste hanno reagito a questa decisione rendendo noto lo stato attuale dell’Artico e rinfrescando la memoria su quanto già accaduto in passato. A riassumere molto bene la situazione è stato l’avvocato del Center for biological diversity Kristen Monsell: «L’amministrazione di Washington con questa decisione sottopone a rischi elevatissimi sia le comunità che vivono sulle coste sia la fauna marina, consentendo le trivellazioni in Alaska». Inoltre, ancora Monsell fa giustamente notare come anche nel caso in cui non dovessero verificarsi incidenti, la scelta di fondo di puntare ancora sul petrolio significhi peggiorare ulteriormente lo stato di una crisi climatica evidente a tutti.

A dispetto delle numerose conferenze delle Nazioni Unite sul clima, nonostante molti dei Paesi più poveri abbiano compreso la necessità di cooperare per ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera, benché si susseguano incontri di delegati rappresentanti delle diverse nazioni per cercare una risoluzione efficace, gli Stati Uniti continuano imperterriti a remare contro ogni proposta o soluzione che possa salvaguardare la Terra. Dispiace che anche l’Italia, in questo caso, abbia deciso di cooperare a un progetto che, ci auguriamo, non assumerà nel tempo le proporzioni dell’ennesimo disastro ambientale.

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