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Referendum: il Veneto e la Lombardia verso maggiore autonomia

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I cittadini del Veneto e della Lombardia si sono espressi. È un sì quasi unanime per l’autonomia il risultato del referendum svoltosi nelle due regioni del Nord Italia per chiedere più competenze al governo centrale e maggiore indipendenza fiscale. In Veneto era richiesto il quorum del 50% degli elettori, che è stato ampiamente superato con un dato di poco inferiore al 60%. A favore dell’autonomia si è quindi espressa la maggioranza assoluta dei cittadini della Regione, conferendo al presidente Luca Zaia un mandato fortissimo. In Lombardia il quorum non era previsto ma l’affluenza ha superato il 40%, una percentuale quindi maggiore del 34% fissato dal governatore della Lombardia, Roberto Maroni, per definire la consultazione riuscita. In quest’ultima regione i risultati non sono ancora definitivi a causa di problemi tecnici con l’ingresso del voto elettronico attraverso i tablet, ma anche in questo caso, sembra che la quasi totalità dei votanti si sia espressa a favore di una maggiore autonomia.

Ma nell’immediato non cambierà nulla. Le due Regioni governate dalla Lega non avranno subito più autonomia e non si aggiungeranno automaticamente alle cinque a statuto speciale già esistenti (Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta). Il referendum, infatti, è consultivo e non vincolante e avrà sostanzialmente un valore politico. Da oggi i due governatori potranno avviare una trattativa con il governo nazionale per negoziare maggiori competenze negli ambiti limitati dall’articolo 117 della Costituzione.

Si tratta di venti materie gestite dalle Regioni in sinergia con lo Stato (la cosiddetta “legislazione concorrente”) e altre tre finora trattate in esclusiva dallo Stato stesso (legislazione di esclusiva potestà statale). Le prime venti riguardano nell’ordine: rapporti internazionali e con l’Ue delle Regioni; commercio estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione; professioni; ricerca scientifica e tecnologica; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali; casse di risparmio, casse rurali e aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario regionali. Le altre tre sono organizzazione della giustizia di pace; norme generali sull’istruzione; tutela dell’ambiente.

«Vogliamo che i nove decimi delle tasse restino nella nostra regione», commenta il presidente Zaia. «Questo è il big bang delle riforme, è una vittoria dei veneti e dei nuovi veneti». Sulla stessa linea Roberto Maroni, che conta di presentare una proposta al governo entro due settimane e annuncia di voler coinvolgere una squadra aperta anche a esponenti di altre forze politiche.

Immediata la risposta del ministro Maurizio Martina che commenta: «Le materie fiscali — e anche altre, come la sicurezza — non sono e non possono essere materia di trattativa né con il Veneto, né con la Lombardia e neanche con l’Emilia Romagna, che ha avviato un’interlocuzione con il governo senza passare da un referendum. Non lo dico io: lo dice la Costituzione, con gli articoli 116 e 117 che indicano chiaramente gli ambiti su cui ci può essere una diversa distribuzione delle competenze».

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