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Daphne Caruana Galizia: un personaggio scomodo

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16 ottobre 2017 – ore 15:00. Una forte esplosione sparge pezzi metallici nei campi. Un ragazzo corre verso una Peugeot che brucia: “Cercavo un modo per aprire la portiera dell’auto, il clacson che suonava… Urlavo ai due poliziotti di usare l’unico estintore che tenevano in mano. Ho guardato a terra, c’erano pezzi del corpo di mia madre dappertutto. Ho capito che avevano ragione: Non c’era più niente da fare. ‘Chi c’è in macchina?’, mi hanno chiesto. ‘Mia madre’, ho risposto”.

Il ragazzo è Matthew Caruana Galizia e la madre è Daphne Caruana Galizia, la famosa giornalista investigativa maltese che a soli 53 anni ha perso la vita per un’autobomba. E dire che solo quindici giorni prima aveva ricevuto minacce di morte invano denunciate alla polizia.

Ma chi era Daphne?

Premio Pulitzer, Daphne Galizia aveva iniziato a lavorare nel giornalismo nel 1987, come editorialista per il Sunday Times of Malta, ed era poi diventata editorialista e redattrice del Malta Independent. La sua notorietà negli ultimi anni era legata soprattutto al suo blog, The Running Commentary, uno dei più letti dell’isola, dove pubblicava inchieste ed editoriali sulla politica locale, che spesso contenevano attacchi molto duri (e personali) contro i più importanti politici maltesi. Il suo ultimo post era stato pubblicato alle 2.35 pm, mezz’ora prima della sua morte. A chiusura del pezzo aveva scritto una frase che ora suona quasi profetica: “Ci sono criminali ovunque io guardi ora. La situazione è disperata”.

La giornalista era dunque un personaggio “scomodo”.

Galizia, definita da Il Times of Malta, «la giornalista più controversa di Malta», lavorava da anni sul tema della corruzione. Facendo parte del consorzio investigativo Icij, aveva rivelato le implicazioni maltesi dei Panama Papers, riportando nel 2016 la notizia del coinvolgimento di Konrad Mizzi, attuale ministro del Turismo maltese, e Keith Schembri, capo gabinetto dello staff di Muscat, quali proprietari di scatole finanziarie “occultate” in paradisi fiscali.

Rivelazioni che avevano fatto sorgere più di un dubbio sull’opportunità di affidare a Malta la presidenza di turno del Consiglio europeo, visto che in quella sede, La Valletta avrebbe dovuto convincere gli altri Paesi dell’Ue ad approvare riforme importanti come quella fiscale e sull’anti-riciclaggio. I dubbi non hanno impedito a Malta di diventare comunque presidente del Consiglio europeo. Ma la giornalista non si è fermata. Negli ultimi mesi aveva iniziato a lavorare sul nuovo capo dell’opposizione, Adrian Delia, e sul traffico di droga nell’isola. La cronista era stata inserita anche in una lista dell’edizione europea di Politico sulle persone che “avrebbero plasmato e scosso l’Europa nel 2017”. Infatti nell’aprile del 2017 Daphne aveva pubblicato una serie di articoli che accusavano la moglie di Muscat, Michelle, di possedere una società off shore, tale Egrant Inc (registrata a Panama), attraverso la quale avrebbe ricevuto un milione di dollari da parte della Al Sahra FZCO, altra offshore registrata a Dubai e appartenente a Leyla Aliyeva, figlia del dittatore dell’Azerbaigian Ilham Aliyev. Tutto ciò ha comportato negli ultimi anni la firma di parecchi accordi in campo energetico con il governo laburista de La Valletta.

Vogliamo parlare di dati?

Altri personaggi sono “scomparsi” con atti che fanno parte di un codice tipicamente di stampo mafioso (autobombe). Ricordiamo in Italia la strage di via Carini ai danni del prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa, della moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta; o la strage di Capaci in cui morirono il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta; la strage di via D’Amelio, avvenuto nel 1992, nel quale persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta. Ma possiamo citare altri giornalisti “scomodi” che per il diritto all’informazione hanno sacrificato la propria vita, come Giancarlo Siani o Cosimo Cristina. O ancora Mauro De Mauro, uno dei primi giornalisti uccisi dalla mafia degli anni ‘70 e Peppino Impastato. E altri ancora che hanno perso la vita in zone teatro di guerre come la fotoreporter italiana Ilaria Alpi o come il free lance Antonio Russo ucciso in circostanze misteriose il 16 ottobre di 17 anni fa.

Reporter sans frontieres (organizzazione non governativa che si batte a difesa della libertà di stampa) ha presentato, a proposito di dati, un dossier dichiarando che nel 2015 su 110 giornalisti uccisi solo un terzo ha perso la vita in zone di guerra. Leggiamo una sintesi:
Dei 110 uccisi, 67 sono stati uccisi mentre stavano svolgendo il loro lavoro mentre 43 hanno perso la vita in circostanze avvolte dal mistero. Un dato ancora più preoccupante perché elimina il discrimine tra il rischio assunto con consapevolezza dagli inviati di guerra e i «semplici cronisti» che operano in Paesi non in guerra ma dove la criminalità teme la stampa… Risulta anche la perdita di 27 cosiddetti «citizen journalist» non professionisti, e 7 tra cameramen, fonici e tecnici, esposti agli stessi rischi dei reporter… Nel 2014 due terzi dei giornalisti uccisi svolgevano il loro lavoro in zone di guerra. Nel 2015 è accaduto l’opposto: «due terzi sono stati eliminati in Paesi in pace»… I Paesi più a rischio sono noti: Iraq (11 morti) e Siria (10) seguita dallo Yemen (10 morti) dove è in corso una guerra civile tra sunniti sostenuti da Riad e ribelli sciiti Houthi appoggiati dall’Iran. Ma c’è anche la Francia con le 8 vittime dell’attacco al settimanale satirico «Charlie Hebdo» il 7 gennaio 2015. Seguono l’India con 9 morti e il Sud Sudan (7 vittime). Il Messico risulta essere uno dei Paesi più pericolosi al mondo per chiunque, civili inclusi, dove i narcos controllano intere aree del Paese. Lì i giornalisti morti sono stati 8, nelle Filippine 7, così come in l’Honduras… Al bilancio delle vittime nel 2015 tra i giornalisti, è altissimo il numero di reporter rapiti e tenuti in ostaggio: 54, e ancora più alto il numero di quelli in prigione per aver svolto il loro lavoro: 154“. 

Concludo con una breve frase di Oriana Fallaci: «Ogni persona libera, ogni giornalista libero deve essere pronto a riconoscere la verità ovunque essa sia». Infatti bisogna difendere il ruolo storico del giornalista, perchè lui è un mediatore intellettuale tra i fatti e la gente; o ancora, come riferisce il portavoce della Commissione dell’Unione Europea, Margaritis Schinas: «Il diritto di un giornalista a indagare, porre domande scomode e riferire in modo efficace è al cuore dei nostri valori e va garantito in ogni momento».

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