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Pubblicato il 18 ottobre 2017

Conflitti, cambiamenti climatici e diritto all’alimentazione

Due giorni fa abbiamo celebrato la Giornata mondiale dell’alimentazione, ricordando la costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), avvenuta il 16 ottobre 1945. Il tema dell’anno è “Cambiare il futuro della migrazione. Investire nella sicurezza alimentare e nello sviluppo rurale”.

Qualche riflessione per prendere atto della drammaticità della situazione reale, per comprendere gli impegni della “grande” politica e, infine, ascoltare una voce profetica.

Del primo aspetto si fa carico Oxfam Italia ricordando la situazione della regione del Lago Ciad – l’area di confine tra Nigeria, Niger, Camerun e Ciad – “una delle più gravi catastrofi umanitarie che il mondo stia affrontando oggi”. Circa 335.000 persone che soffrono la fame e 200.000 bambini malnutriti. A fronte di 121 milioni di dollari richiesti per rispondere all’emergenza umanitaria, ne sono arrivati solo 40 dalle organizzazioni internazionali.

«Qui le comunità potevano provvedere a sé stesse, fino a non molto tempo fa. Ora», spiega Elisa Bacciotti, direttrice Campagne di Oxfam Italia, «il conflitto innescato da Boko Haram e la strategia militare dei governi costringe alla fuga. Centinaia di migliaia di persone sono costrette ad abbandonare la propria terra per salvarsi da violenze e soprusi di ogni tipo».

Questo, naturalmente, è solo un esempio delle decine di crisi umanitarie nel mondo provocate da conflitti e cambiamenti climatici.

Eppure, proprio in questi giorni, gli impegni sottoscritti dalla politica hanno ambizioni “alte”.  Nella Dichiarazione di Bergamo i ministri e i rappresentanti di Italia, Francia, Germania, Giappone, Canada, Regno Unito, Stati Uniti, Unione Europea, Fao e Unione Europea hanno solennemente affermato che è necessario portare “cinquecento milioni di persone fuori dalla fame entro il 2030 attraverso impegni concreti dei 7 Paesi”. Cinque priorità in particolare. «La principale», ha spiegato il ministro Martina, «è difendere i redditi dei produttori agricoli, soprattutto piccoli, dai disastri climatici, con mandato alla Fao per studiare azioni e individuare una definizione comune di eventi catastrofici che oggi manca. Aumento della cooperazione agricola, nel continente africano, dove il 20% della popolazione soffre di povertà alimentare. Impegno a rafforzare la trasparenza nella formazione dei prezzi e nella difesa del ruolo degli agricoltori nelle filiere soprattutto di fronte alle crisi di mercato e alla volatilità dei prezzi. Battere con nuove politiche gli sprechi alimentari, che oggi coinvolgono un terzo della produzione alimentare mondiale. Adottare politiche concrete per la tracciabilità e lo sviluppo di sistemi produttivi legati al territorio». Roba da far tremare i polsi, se davvero si volesse dar seguito ai proclami. Peccato che, al momento, le cose vadano come ha ricordato Oxfam.

Ben vengano, allora, le parole “profetiche” di papa Francesco, pronunciate nel corso della visita alla sede della Fao a Roma. «Prestiamo ascolto al grido di tanti nostri fratelli emarginati ed esclusi: ‘Ho fame, sono forestiero, nudo, malato, rinchiuso in un campo profughi’. È una domanda di giustizia, non una supplica o un appello di emergenza».

Questo il tema: non è una supplica ma una domanda di giustizia. Fin quando si consentirà alle multinazionali di praticare il land grabbing, l’accaparramento delle terre coltivabili sottraendole alle popolazioni locali, sarà inutile parlare di difesa dei redditi dei produttori agricoli. Fin quando le grandi potenze alimenteranno centinaia di conflitti locali, partecipandovi direttamente o anche solo consentendo lucrosi traffici di armi, parlare di lotta alla fame risulterà falso o velleitario. Fin quando i pochi impegni assunti a livello internazionale sui cambiamenti climatici saranno guardati con sospetto, disattesi o addirittura revocati solo per “avidità di profitto” sarà del tutto ipocrita parlare di diritto all’alimentazione.

Per queste ragioni abbiamo bisogno di affiancare alla radicalità della denuncia delle ong e al presunto realismo delle istituzioni politiche internazionali, una buona dose di utopia.  Allora, insieme a papa Francesco potremmo chiederci: “E’ troppo pensare di introdurre nel linguaggio della cooperazione internazionale la categoria dell’amore, declinata come gratuità, parità nel trattare, solidarietà, cultura del dono, fraternità, misericordia?”.

Basterebbe togliere quell’inutile e fastidiosa patina di sentimentalismo con cui siamo soliti “avvolgere” le parole amore, gratuità, solidarietà, dono, fraternità, misericordia per comprendere la portata della proposta di papa Francesco. L’intera umanità è legata da un comune destino e, ormai, non è più possibile affermare “ci penserà qualcun altro”.

L’apparente utopia si trasforma, oggi, in autentica necessità politica. “Amare si traduce nel pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo, e nell’adottare politiche che non aggravino la situazione delle popolazioni meno avanzate o la loro dipendenza esterna. Amare significa non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario”. Per chi lo avesse dimenticato, l’amore stabilisce sempre una relazione, un legame profondo con l’altro, richiede un’assunzione di responsabilità nei suoi confronti e, in definitiva, impegna a costruire un comune destino.

Vignetta di copertina: Freccia.

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Valerio Roberto Cavallucci

Responsabile delle sezioni di approfondimento: Responsabilità sociale; Legalità; Innovazione sociale; Sostenibilità ambientale; Partenariato Pubblico Privato.

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