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Rivolta in Catalogna: torti e ragioni

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Questa settimana, come è giusto che sia per un portale come il nostro che si occupa di diritti, parliamo di Spagna e di Catalogna.

Eh, sembra facile!

Già è complesso occuparsi di problemi interni al nostro Paese, figuriamoci quando si tratta di “ficcare il naso” in casa di altri. E non soltanto perché la conoscenza dei fatti attuali e storici è senza dubbio minore rispetto a quella che si ha della nazione in cui si è nati e cresciuti, ma soprattutto perché è completamente diversa la percezione degli accadimenti e la reazione emotiva che ne scaturisce.

Tutti noi abbiamo visto scorrere sui nostri televisori, pc e smartphone le immagini durissime degli scontri, delle donne anziane portate via a forza dai seggi o del sangue che scorreva sui volti dei civili che avevano l’unica colpa di essersi recati alle urne a votare per l’indipendenza del proprio territorio dal resto del Paese. Ed è normale, davanti a simili immagini, indignarsi e prendere le difese di quelli che ai nostri occhi appaiono essere i più deboli, quindi in questo caso i catalani.

Ma è davvero così? Le colpe sono davvero tutte del premier Mariano Rajoy, del Governo centrale spagnolo e del re Felipe, che proprio ieri ha tenuto un discorso nel quale ha stigmatizzato “la slealtà inaccettabile verso lo Stato” da parte delle autorità indipendentiste, a cominciare dal presidente del governo locale Carles Puigdemont e dal sindaco di Barcellona Ada Colau?

Troppo semplice e troppo riduttivo!

Per comprendere meglio la situazione, da italiani, forse dovremmo provare a fare un paragone. Immaginiamo che dopo anni di proposte, più o meno “accaldate” ma mai realmente prese in considerazione, la Padania (con i dovuti distinguo, dal momento che non si tratta di una regione realmente riconosciuta) decidesse di passare all’azione senza il via libera del Governo centrale e decidesse di indire un referendum. E che migliaia di cittadini padani si recassero alle urne per scegliere di separarsi una volta per tutte dal resto del Paese, e in particolare dal Sud, visto come un parassita, una palla al piede, un freno a mano tirato contro lo sviluppo economico.

Siamo sicuri che saremmo tutti così solidali con questo popolo che in maniera illegittima e non autorizzata, sta attentando all’unità della nostra nazione? Permettetemi di supporre che la nostra reazione sarebbe decisamente diversa!

Il nostro Stato, così come accade per la Francia, per il Regno Unito, per la Germania e per molti altri Paesi europei, è la risultante di tante diverse regioni, ognuna con le proprie peculiarità, le propri tradizioni, i propri punti di forza e gli immancabili punti di debolezza. E quando questi ultimi prevalgono nelle altre regioni, spesso è automatico pensare che forse si sta meglio da soli, che al nostro territorio non manca nulla per andare avanti con le proprie gambe. E’ ragionevole, dunque, che uno Stato debba tenere le redini della situazione, debba savaguardare l’unità del Paese che in caso contrario sarebbe facile bersaglio delle ambizioni di indipendenza delle varie regioni.

Ci sono leggi che lo impongono, in Italia così come in Spagna, ed è quindi utile ricordarsi e sottolineare che l’intervento dello Stato spagnolo per fermare il referendum che, in quel caso rappresentava a tutti gli effetti un attentato all’unità del Paese, non ha nulla di illegale. Se a questo aggiungiamo l’effetto domino, che automaticamente ha visto riaprire antiche spaccature e richieste, come quella dei Paesi Baschi o del Galles o ancora delle Fiandre, allora la questione assume dei rischi ben più grandi.

Ben diverso è il modo in cui tutta la vicenda è stata affrontata, e qui il problema si sposta sul piano della democrazia.

L’errore del Governo e del premier Rajoy, infatti, è stato innannzitutto quello di sottovalutare le esigenze di un popolo, spesso arrivando addirittura a ignorarne le richieste. Questo ha generato con il passare del tempo un inevitabile malcontento che è poi sfociato nella protesta eclatante di queste settimane e nella repressione durissima che ha spinto moltissimi spagnoli, e non solo, a paragonare l’attuale governo spagnolo al regime del caudillo Franco.

Qual è la strada, dunque, per risolvere i contrasti?
Non sta a noi indicarla. Quello che possiamo fare, però, è ricordare che il dialogo non è mai una soluzione sbagliata.

Il direttore

Vignetta di copertina: Freccia.

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