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Reddito di inclusione: non possiamo accontentarci

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Reddito di inclusione: proviamo a non essere disfattisti (leggi l’editoriale). Così ammoniva il nostro direttore in un recente editoriale. Erano i giorni in cui l’iter di approvazione del reddito di inclusione stava muovendo passi importanti, che avrebbero portato, dopo qualche settimana, alla sua definitiva approvazione.

Per formazione e per esperienza non siamo mai stati disfattisti e, per questo, proviamo sempre a riconoscere quanto di buono è stato fatto. Ma per continuare a “pensare positivo” è necessario mantenere lo sguardo fisso in avanti, verso obiettivi giusti, realistici, ambiziosi. È quello che prova a fare Alleanza contro la povertà, una grande aggregazione di oltre 35 organizzazioni che dal 2013 non si stanca di avanzare proposte e sollecitare il Governo nel contrasto alla povertà.

Recentemente Alleanza ha formalizzato la propria posizione sulla prossima Legge di Bilancio 2018 (leggi qui), dando atto al Governo del percorso compiuto e incalzandolo sulle ulteriori scelte da mettere in campo. “Ad oggi (…) riceveranno il Rei solo 1,8 milioni di individui, cioè il 38% del totale della popolazione in povertà assoluta: pertanto, il 62% dei poveri ne rimarrà escluso. Il 41% dei minori in povertà assoluta non sarà raggiunto dalla misura. Di fatto, il profilo attuale della misura dividerà i poveri in due gruppi: quelli che riceveranno il Rei, e quelli che non lo riceveranno”. Una situazione accettabile solo se transitoria verso “un progressivo ampliamento dell’utenza”. Per questo servono scelte coraggiose. Un’attenzione particolare, inoltre, va posta sul tema dei servizi: “nella costruzione dei percorsi d’inclusione la regia è in capo ai Comuni, che operano insieme al Terzo Settore, ai Centri per l’Impiego e agli altri soggetti sociali del welfare locale. Attualmente si prevede che il 15% dei finanziamenti statali contro la povertà sia destinato ai Comuni per i suddetti percorsi. Gli studi e le analisi empiriche mostrano, tuttavia, che si tratta di una percentuale inadeguata, che dovrebbe essere portata al 20%”. Né possiamo dimenticare il diverso livello di efficienza e di efficacia dei servizi nelle varie realtà territoriali del Paese, sul quale sarà necessario vigilare con estrema attenzione.

Proponiamo ai nostri lettori la parte conclusiva del Documento licenziato da Alleanza nei primi giorni di settembre.

 

  1. Il Piano Nazionale contro la povertà

4.1 I punti chiave

L’Alleanza propone di adottare un Piano Nazionale contro la povertà 2018-2020, che prosegua il percorso iniziato con l’introduzione del Rei sino al suo completamento. Si prevede di agire con gradualità al fine di estendere il Rei a tutti gli indigenti e di rafforzare gli interventi forniti. Alla conclusione del Piano, l’Italia sarà dotata di una misura nazionale contro la povertà assoluta universale (rivolta a chiunque sperimenti tale condizione) e adeguata (nei contributi economici e nei percorsi di inclusione).

Le aree di miglioramento esistenti – segnalate nel secondo paragrafo – vengono affrontate progressivamente, ampliando l’utenza del Rei e rafforzando l’adeguatezza delle risposte in ogni annualità rispetto alla precedente. Sin dall’avvio del Piano vengono assunti precisi impegni riguardanti il punto di arrivo e le tappe intermedie. Si indica, cioè, che il 2020 corrisponde al primo anno del Rei completo a regime e si specificano i passi in avanti previsti in ogni annualità.

L’imminente Legge di Bilancio prevede il relativo finanziamento pluriennale, con il conseguente impegno di risorse. A regime, cioè a partire dal 2020, è necessario un investimento pubblico annuo di 7 miliardi di Euro, a carico dello Stato. Sinora sono stati resi disponibili 1759 milioni nel 2018 e di 1845 a partire dal 2019. Servono, dunque, circa 5,1 miliardi annui aggiuntivi: vi si arriva con gradualità, stanziando in ogni anno del Piano risorse superiori al precedente. I percorsi di crescita dei finanziamenti nel tempo possono essere variamente modulati, con due punti fermi: i 7 miliardi annui dal 2020 in avanti e la previsione di un incremento in ciascuna annualità del Piano.

Viene definito un particolare sforzo per sostenere l’attuazione del Rei nei territori. Il Piano prevede, infatti, che Stato, Regioni e gli altri attori coinvolti collaborino nel costruire le condizioni affinché i soggetti del welfare locale possano operare al meglio nell’impegnativo compito di tradurre il Rei in pratica. Da una parte, viene svolto un ampio pacchetto di attività che forniscono alle realtà del territorio gli strumenti necessari. Dall’altra, si attiva un robusto sistema di monitoraggio, che permette di individuare le criticità presenti ed agire opportunamente per risolverle. Tutto ciò è previsto nella legge d’introduzione del Rei: bisogna ora concretizzarlo in modo adeguato ed in tempi rapidi.

4.2 Le obiezioni al Piano

Oggi – nel nostro Paese – quasi nessuno nega esplicitamente la necessità di costruire una misura contro la povertà assoluta universale nell’utenza ed adeguata negli interventi. Da diverse parti, tuttavia, si afferma che questo obiettivo, seppure auspicabile, risulterebbe irrealizzabile perché “troppo ambizioso per il sistema di welfare locale” e “troppo costoso per il bilancio pubblico”. L’Alleanza ritiene che tali osservazioni non possano essere utilizzate per negare agli indigenti le opportune risposte ma che, allo stesso tempo, sarebbe sbagliato sottovalutare le reali criticità che mettono in luce. Il Piano è stato elaborato in modo da superarle, disegnando così un percorso sostenibile.

4.3 Un percorso sostenibile

La sostenibilità attuativa

Il sistema di welfare locale italiano è storicamente sottodimensionato e presenta criticità significative in numerose aree, rilevate anche nell’attuazione del Sia (Sostegno per l’Inclusione Attiva), la misura temporaneamente in campo in attesa del Rei. Partendo da questo dato di fatto, i critici sostengono che realizzare un Rei universale rappresenti un obiettivo al di fuori della portata del nostro paese, a meno di non mettere a rischio la possibilità tanto di costruire efficaci percorsi d’inclusione sociale quanto di prevedere adeguate modalità di verifica del comportamento degli utenti.

L’Alleanza è ben consapevole che l’introduzione del Rei incontrerà significative difficoltà attuative, in particolare nella fase iniziale. Se così non fosse, non si tratterebbe di una riforma innovativa. Il punto è disegnare un percorso nel quale le inevitabili criticità realizzative possano essere affrontate nel modo migliore, e risolte progressivamente. Le seguenti ragioni suggeriscono che tale percorso possa essere il Piano da noi proposto.

Primo, l’approccio graduale assicura adeguati tempi di apprendimento e di adattamento organizzativo ai soggetti chiamati a fornire il Rei nei territori (Comuni, Terzo settore, Centri per l’impiego e così via).

Secondo, la progressività va di pari passo con l’esistenza di certezze sul percorso e sugli stanziamenti previsti per gli anni a venire, una sicurezza imprescindibile per sviluppare la rete dei servizi locali, che permette a chi vi opera di realizzare gli indispensabili ma impegnativi investimenti in progettualità, risorse umane e finanziarie.

Terzo, viene compiuto – come anticipato – uno specifico sforzo per sostenere l’attuazione del Rei a livello locale, mettendo in campo tutta la strumentazione adeguata. Si tratta di un approccio sinora poco utilizzato in Italia.

Bisogna sottolineare, infine, che il Piano coniuga l’obiettivo di un cambiamento strutturale con quello di migliorare le risposte per gli indigenti nel breve periodo. Infatti, mentre sono da subito rese disponibili maggiori risorse per rafforzare la misura, il loro stanziamento si colloca in un percorso per la costruzione di un nuovo sistema di welfare destinato a rimanere nel tempo.

La sostenibilità economica

Veniamo ora all’altra obiezione: completare il Rei rappresenterebbe uno sforzo insostenibile per il bilancio pubblico. L’Alleanza ritiene, invece, che si tratti di una scelta impegnativa ma affrontabile. In proposito vogliamo, innanzitutto, richiamare il nostro approccio. I 7 miliardi annui complessivi richiesti non rappresentano una cifra collocata intenzionalmente ad un livello più alto del necessario allo scopo di condizionare il dibattito politico, sapendo che poi si ragionerà su cifre più basse. Come sempre, invece, le posizioni dell’Alleanza si basano su risultati di ricerca. 7 miliardi annui sono il risultato delle nostre stime scientifiche, avvalorate dal confronto con le altre analisi ed elaborazioni prodotte. Tutti i lavori scientifici, infatti, concordano nel collocare a 7 miliardi annui la soglia minima per una risposta adeguata contro la povertà assoluta in Italia.

Qui viene in aiuto la gradualità prevista dal Piano, che consente di diluire il necessario incremento dei circa 5,1 miliardi ancora necessari nel tempo, rendendolo più facilmente affrontabile dalle casse dello Stato. Procedendo per step successivi, infatti, la crescita della spesa viene spalmata lungo tre anni. Dopo aver sottolineato che si tratta di uno sforzo finanziario significativo ed aver presentato una modalità per meglio sostenerlo, pare opportuno contestualizzarlo rispetto al volume del complessivo bilancio pubblico: 5 miliardi equivalgono a meno dell’1% della spesa pubblica totale italiana.

4.4 Un investimento per la crescita economica

Guardare alla dimensione economica solo nei termini di maggiore spesa sarebbe, però, fuorviante. L’Alleanza si batte per il completamento del Rei per ragioni, innanzitutto, di giustizia sociale. Anche chi non fosse sensibile a simili motivazioni, tuttavia, dovrebbe sostenere questo obiettivo perché sconfiggere la povertà significa promuovere la crescita economica. Pertanto, adeguati interventi in materia migliorano le condizioni non solo di chi ne è direttamente coinvolto ma anche della società nel suo complesso. È un punto, però, sinora sottovalutato nel dibattito italiano.

Partiamo da un interrogativo molto discusso recentemente: qual è la più efficace strategia pubblica per stimolare i consumi, così da spingere la crescita del Pil? Non ci sono dubbi, si tratta delle politiche contro la povertà. Gli indigenti sono, infatti, il miglior target al quale trasferire finanziamenti pubblici al fine di stimolare la domanda di beni e servizi poiché costituiscono il gruppo sociale con la più elevata propensione al consumo.

Quest’ultimo rappresenta un esempio di un tema ben più ampio. Tra gli economisti, di diversi orientamenti politici, esiste a livello internazionale un significativo consenso nel ritenere adeguate politiche contro la povertà un investimento per lo crescita economica di un Paese. Con riferimento all’Italia, è stato recentemente scritto dal Centro Studi di Confindustria, soggetto non appartenente all’Alleanza, che “per tornare a crescere occorre anche combattere la povertà. Infatti, una diffusa indigenza si accompagna a una bassa crescita strutturale dell’economia. Le famiglie che cadono in povertà tagliano i consumi, deprimendo quindi la domanda aggregata. Anche la produttività ne risente negativamente: la forza lavoro risulta meno motivata e maggiormente afflitta da problemi di salute; le famiglie sono costrette a ridurre l’investimento in capitale umano; si inasprisce la conflittualità nei luoghi di lavoro e nella società; e, non da ultimo, diminuisce la capacità di adattamento dell’economia agli shock e ai cambiamenti”.

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