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“Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti

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La delicatezza. Il tratto distintivo, la caratteristica che più di tutte arriva come un pugno nello stomaco allo spettatore è la delicatezza. Anche nelle scene più crude “Lo chiamavano Jeeg Robot” non perde mai quel candore, filtro del mondo surreale raccontato.

Un mondo sospeso un metro sopra la superficie terrestre frutto di uno scontro tra la periferia romana animata da una violenza fine a sé stessa e l’immaginazione, il rifugio di una ragazza che in quell’ambiente vive quasi inconsapevolmente.

Ed è proprio l’inconsapevolezza che permette al protagonista, un bravissimo Claudio Santamaria, di essere credibile nella parte di un supereroe senza orpelli né mantelli, di essere l’unica versione di un eroe che questo mondo può permettersi.

È spaesato quando scopre di avere una forza fuori dal comune ed è allo stesso modo perso quando si accorge di essere innamorato della ragazza che lo chiama Jeeg Robot; la stessa ragazza che gli ricorda che la vita non è solo violenza e dolore ma anche tenerezza e sorrisi imbarazzati, pensare in grande senza rinchiudersi nei gesti e negli spazi conosciuti, è provare ad abbattere il muro costruito per difendersi, fino a salvare l’umanità.

In quei pochi momenti in cui Enzo Ciccotti mostra sé stesso si capisce quanto sia umano il presunto eroe, quanto quella forza sia solo uno strumento da dover usare con cautela.

Uno strumento attraverso il quale combattere il male incarnato dallo Zingaro, il lato più oscuro di Jeeg Robot, animato da una sete di rivalsa che è un forte e chiaro, allo stesso tempo tragico, grido d’aiuto.

Perché Fabio, un superbo Luca Marinelli, è estremo e disperato, vuole andarsene da Tor Bella Monaca e per farlo userebbe qualsiasi mezzo.

Potrebbero essere fratelli, ci si immedesima totalmente nella loro visione del mondo, non ci sono schieramenti, buoni e cattivi, posizioni da prendere; si crea un’empatia che non permette generalizzazioni, si capisce il perché di ogni azione.

È un film di realistica fantascienza, i poteri non sono reali ma lo spettatore se lo dimentica perché reale è tutto il resto: lo sguardo spaventato di Alessia che guarda Enzo chiedendogli affetto, Roma, l’amore.

Questo è un film dove il registro usato per raccontare gli eventi prevale sugli eventi stessi.

 

 

Data di uscita: 26 febbraio 2016
Regia: Gabriele Mainetti
Durata: 112 minuti
Premi: 7 David di Donatello e 2 Nastro d’Argento

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1 Comment
  1. Francesca says

    Splendida recensione

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